L’intervista a Pier Ferdinando Casini sul Corriere della Sera a cura di di Massimo Franco

fonte: intervista (integrale) a Il Corriere della Sera – 30 gennaio 2022 e ripubblicato sul sito www.pierferdinandocasini.it

Quirinale: Non invidio il capo dello Stato. Il governo? Si è logorato.

Triste per non essere riuscito a diventare capo dello Stato? «So che molti magari non ci credono. Ma sono sollevato. E non invidio Sergio Mattarella».
È vero: non è facile credergli. Ma il senatore Pier Ferdinando Casini, ex presidente della Camera, democristiano storico, giura di averla presa con «calma olimpica. Perché io so distinguere l’illusione ottica del potere dalla realtà vera». Comunque sia, il tempismo politico con il quale si è sfilato dalla corsa al Quirinale gli restituisce l’identikit di uomo delle istituzioni.

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Perché non invidia Mattarella?
«Non solo io. Nessuno lo può invidiare. Il presidente si trova a gestire un quadro politico lacerato e indebolito da giorni di negoziato surreale. Solo la sua capacità di persuasione morale potrà tenere in piedi una situazione così grave, in Italia e sul piano internazionale».

Nemmeno una punta di amarezza per l’elezione mancata?
«Il problema è soggettivo, non ha incidenza pubblica. Uno che fa politica sa che in casi del genere le privazioni sono il doppio delle soddisfazioni. E poi sono affezionato alla vita privata, alla famiglia, alle passeggiate sui pendii di San Luca a Bologna e nel centro di Roma. La mia preoccupazione è stata sempre e solo una: difendere la centralità del Parlamento, della politica e dei partiti».

Secondo e terzo obiettivo sembrano falliti miseramente.
«È vero, la politica ha dimostrato tutte le sue difficoltà. D’altronde, che tra i candidati ci fossero solo un paio di parlamentari è la dimostrazione dei tempi che viviamo. Se la politica è debole e non riesce a difendersi, ovvio che la responsabilità sia sua. Ma in una società sana non dev’esserci l’invasione di campo tra poteri diversi».

I politici che non amano i tecnici?
«È un tema più generale. Credo che la supplenza della magistratura verso la politica sia un errore, perché spesso viene esercitata male. Allo stesso modo, quando i tecnici, pur essenziali, sostituiscono la politica in toto, creano uno squilibrio e una distorsione».

Pensa a Mario Draghi?
«Credo che Mattarella abbia avuto il merito di chiamare un grande italiano come Draghi a Palazzo Chigi, affidandogli un Paese in difficoltà enorme. Ma sono anche contento che dopo uno spettacolo indecoroso, dopo nomi dati in pasto senza rispetto per le persone, il capo dello Stato abbia risposto all’appello. Mattarella è consapevole del ruolo perché viene dalla politica. E questo mi ha permesso di votarlo con convinzione, non col mal di pancia».

Meglio Mattarella di Draghi, al Quirinale?
«Non ho dubbi. E se fossi stato Draghi avrei dichiarato subito l’opzione a governare il Paese. L’incertezza sul suo destino personale ha pesato e ha avuto un effetto grave e negativo: logorare e indebolire il governo».

Lo ritiene davvero indebolito?
«Lo ritengono tutti. O uno fa l’ipocrita, o lo ammette onestamente. I rapporti politici sono stati lacerati. La trattativa doveva svolgersi con più chiarezza fin dall’inizio. Mi auguro che i partiti metabolizzino grazie a Mattarella giorni di scontri e veleni, e si stringano intorno a Draghi. Ma siccome non vengo dalla luna, e questo è un anno preelettorale, temo che non avverrà».

Non prevede un Draghi più determinato verso i partiti?
«Siamo in una democrazia parlamentare e un governo va sostenuto con convinzione, non costrizione».

E secondo lei Draghi non lo ha fatto…
«Non do giudizi sul passato. Per fortuna, è finita nel migliore dei modi».

Mica tanto.
«Rischiavamo di perdere due garanti, e invece li abbiamo ancora entrambi. Almeno questo c’è. Poteva finire peggio».

Prevede un settennato breve?
«Ritengo irriguardoso e controproducente che si apra un dibattito su questo. Il capo dello Stato è eletto per sette anni. Chi immette tossine con queste suggestioni fa un ulteriore danno all’Italia».

Non vede l’insidia di un’offensiva dopo le elezioni del 2023, magari col pretesto di un Parlamento eletto diversamente?
«Non scherziamo col fuoco. Sarebbe eversivo. Come assai discutibile è stato introdurre l’ipotesi del possibile mandato a tempo. Con la Costituzione non si scherza».

Chi le è parso il leader più balbettante?
«È talmente evidente che non vorrei avere cadute di stile».

Si parla di telefonate notturne per confermarle la candidatura in extremis.
«Appunto, ma io le telefonate private non le racconto. A parte quella bellissima di Silvio Berlusconi con cui ho recuperato un grande rapporto sul piano umano».

E il leader più lucido?
«Non le do le pagelle, non sono un professore».

Guardi, senatore, che ormai il presidente è stato eletto.
«È lo stesso. Sono un conservatore».

Secondo lei ora cambia la geografia politica?
«Certamente questa elezione ha introdotto tensione in poli e partiti. Vedo in moto protagonisti abili che cercheranno di aprire spazi nuovi. Se avessi venti anni meno mi proporrei anch’io come uno dei protagonisti».

Vede in incubazione un’operazione neocentrista?
«Non lo so. Ma da cittadino dico che c’è uno spazio immenso al centro da riempire».

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