A è la fine del mondo

Tobia Desalvo Dom, 29/09/2013 - 18:41

(tratto da L’Arengo del Viaggiatore – www.arengo.info)

A, oltre ad essere l’ultima lettera dell’alfabeto norvegese, è la cittadina più a sud dell’isola più meridionale dell’arcipelago delle Lofoten, le più meridionali delle isole Artiche.  Accucciata tra le ultime colline dell’isola di Moskenes, per la verità si trova pochi chilometri a nord di Varoy e Rost, le due ancor più meridionali e piccole isole dell’arcipelago e le uniche due non collegate alle altre dai moderni ponti, che si possono invece raggiungere con il traghetto che ci collega anche con Bodo, approdo del nostro viaggio di ritorno verso casa.  A è un museo a cielo aperto.  E’ un piccolo villaggio di pescatori, esattamente uguale a com’era ancorché ben mantenuto, che narra attraverso le sue costruzioni le magiche storie del Nord.  Cercando la biglietteria del Museo ci ritroviamo nel piccolo negozietto del paese, che vende biglietti (stranamente non cari) e inclusivi delle guide in diverse lingue tra cui l’italiano, visto che Weronika, gentile e simpatica ragazza polacca, parla la nostra lingua e ha avuto l’ottima idea di venire quassù per un’occupazione stagionale estiva.  L’accoglienza per i giornalisti è ottima, così come il desiderio di vedersi comparire sulla stampa italiana.  Prometto ad Alf, il premuroso capo, che su L’Arengo del Viaggiatore non mancherà l’indicazione ai lettori della loro bella accoglienza.  Il villaggio, dicevamo, non è altro che un museo a cielo aperto che si sviluppa all’interno degli edifici che per secoli hanno ospitato la vita e le opere dei pescatori al servizio della famiglia padronale, che da sempre ne ha stabilito le condizioni di vita.  Da un lato della strada la bella villetta con uno dei primi giardini della Norvegia, tenuto dalle donne della casa padronale libere dalle faccende della sopravvivenza, dietro le cui tende gli occhi del padrone seguivano la vita del villaggio. Dall’altro, le rorbuer dei pescatori, ora riadattate a comodi alloggi per turisti, tranne una, che mostra come fosse la vita polare nei secoli scorsi: una o al massimo due stanze, un buco a uso gabinetto e impalcature di legno su cui venivano poggiate le pelli per dormire.  I pescatori residenti, per pagarsi l’affitto, vendevano il pesce al padrone, che fino agli anni Trenta del Novecento ne stabiliva pure il prezzo generando una forte sperequazione.  Alcuni pescatori, i primi e i più poveri, per superare la fredda notte del Nord usavano invece farsi una casetta sovrapponendo due delle barche con cui uscivano per mare.  Altri due edifici dove veniamo accompagnati sono lo stabilimento dove da secoli e con tecniche sempre più accurate si lavora l’olio di fegato di merluzzo, vera e propria panacea di tutti i mali da queste parti: dalla cura della salute fino all’impermeabilizzazione degli edifici in legno fino alla soluzione delle controversie internazionali.  La guida ci informa infatti che fu grazie al fegato di merluzzo bevuto che il premier norvegese riuscì a resistere a Stalin e alla vodka trangugiata durante le trattative dopo la seconda Guerra mondiale.  Infine l’edificio dedicato al rimessaggio delle barche, costruzione di due piani dove sono esposte vecchie fotografie e dove possiamo incontrare il troll del mare, pupazzo di paglia legato alla mitologia nordica.  Fare due passi intorno al villaggio è possibile e gradevole, nelle giornate di bel tempo il panorama delle Lofoten regala fantastici scorci montani a picco sul mare, mostra uccelli di tutte le specie e i colori, consente di salire in cima alla montagna ove si raggiunge la vista verso il Nord, laddove il sole raggiunge il suo minimo e risale nel cuore della notte.  Il sole di mezzanotte in realtà è quello dell’una e mezza, ma poco importa visto che l’orologio perde davvero di significato a queste latitudini: qualcosa per ripararsi dal vento è quanto basta a godersi lo spettacolo.  Il sole scende sul mare ma non mostra alcun desiderio di tuffarsi: rimane alto sull’orizzonte e dopo qualche ora di movimento lungo la superficie ricomincia la salita e la nuova lunga giornata continua.  Sullo stesso palcoscenico, quello in direzione Nord, a distanza di sei mesi si danno il cambio sulla scena l’Aurora boreale e il Sole di Mezzanotte.  L’altra metà del Cielo, d’estate, è il radioso sorriso di un imperituro Sole che, dopo quelle colorate lacrime notturne attratte d’inverno dal magnete polare, strizza l’occhio alle nostre vacanze e ci fa tante feste per essere tornati a trovarlo.