Carriera da bomber

Tobia Desalvo Lun, 04/08/2014 - 22:36

(tratto da L’Arengo del Viaggiatore – www.arengo.info)

Il fatto che il calcio e in particolare i Mondiali siano uno specchio più o meno deformante della realtà pubblica non è certo cosa nuova: nuova ogni volta è invece la lettura che di questi eventi si può dare.

L’Italia eliminata al girone è parsa ancora sufficientemente sazia della vittoria di 8 anni fa da non mostrare il necessario impegno e il carattere per gettare il cuore oltre l’ostacolo: le dichiarazioni del veterano Buffon su chi tira la carretta stanno proprio a dirci che non è sufficiente essere giovani per essere vincenti. Il calcio è un gioco democratico, come la politica delle nostre latitudini, per partecipare al quale non occorrono particolari doti fisiche innate ma che per vincere in 11 contro 11 richiede impegno, dedizione, lavoro, senso di squadra: doti che anche in politica fanno la differenza, che marcano la differenza tra vincenti e perdenti, tra chi si è allenato duramente e chi pensa di campare di chiacchiere e distintivo.

La risposta del nostro Paese alla sconfitta si è rivelata in linea con la parola d’ordine del nuovo corso renziano: rottamazione! Rottamazione dei vertici federali, del mister e anche di qualche calciatore non all’altezza. La sconfitta è avvenuta in un clima già piuttosto scettico rispetto alle potenzialità dei nostri, in un’opinione pubblica che dopo aver disertato le urne europee non era ancora così coinvolta dalle prodezze dei calciatori e il “dramma” sportivo è atteso dunque spegnersi sotto un pietoso silenzio estivo, creando quel soffice muro di gomma nel quale anche questo mondiale sarà archiviato. Occorre risalire a cinquant’anni fa per trovare gli anni Sessanta nei quali l’Italia veniva eliminata al girone due volte di fila, nel 1962 e nel 1966: anni nei quali il calcio stava in secondo piano rispetto al lavoro e al boom economico, dove il profilo basso di Aldo Moro gestiva i lasciti delle prime importanti riforme del centrosinistra.

Il memento per il buon Renzi è chiaro. La cifra con cui potrà costruire il suo futuro è un sano spirito sportivo, del quale ha già dato prova fin dalla prima sconfitta con Bersani. Un calcetto in streaming con i ragazzi del 5 stelle, una volata qua e là per il mondo per rimanere connesso “global”, una sana strigliata ai suoi per tenere saldo lo spogliatoio, un saluto al pubblico e una stretta di mano ai fan: questo e la copertura mediatica degli eventi è ciò che il mondo d’oggi richiede al premier. Il duro lavoro dei suoi collaboratori, in silenzio e chini sulle carte, è ciò che occorre al Paese e al premier per essere messo in condizione di segnare. Solo alla scadenza dei prossimi mondiali e di questa legislatura sapremo se sarà stato fruttuoso.