Chi soffia sul fuoco non aiuta l’Italia

Gabriele Orsi Sab, 03/08/2013 - 23:26

C’è baruffa nell’aria: potremmo dire così, parafrasando una vecchissima pubblicità.  O, per essere ancora più chiari, c’è qualcuno che soffia sul fuoco, che vuole alimentare a ogni costo polemiche e liti, che non vuole sentir parlare in nessuna maniera di riconciliazione, larghe intese o similia.  Non so se tutti si rendono conto del momento storico che stiamo attraversando, ma per amor di completezza ritengo opportuno un breve riassunto: c’è un governo di larghe intese, sostenuto da una maggioranza che include Pd, Pdl e Scelta Civica (e fin qui nulla di nuovo, anche con Monti era suppergiù così) e i cui ministri appartengono ai tre partiti della maggioranza.  Qui è la vera novità, perché da quando era nata la cosiddetta “seconda repubblica” e da quando il quadro politico si era sostanzialmente bipolarizzato, mai era accaduto che in un esecutivo coabitassero esponenti dei principali partiti avversari con il placet delle rispettive segreterie e la benedizione di un Capo dello Stato che incarna sempre di più, non so quanto inconsapevolmente, una forma di “monarchia repubblicana”.  Intendiamoci, non è che sia vero amore: sono sicuro che se dal fronte Pd sono palesi i “mal di pancia” nel condividere le responsabilità di governo con i vari Alfano, Lupi, Lorenzin, Micciché e De Girolamo nemmeno nel Pdl si fanno salti di gioia a fare parte di una compagine dove campeggiano i nomi di Franceschini, Fassina, Orlando, Bubbico e Delrio.  Ma bisogna tenere conto dell’eccezionalità della situazione presente per capire le logiche che hanno dato vita al Governo Letta: un’economia sull’orlo del collasso, la disoccupazione che cresce a ritmi esponenziali, un Paese che impoverisce ogni giorno di più e che è ormai alla mercé di qualsiasi speculatore internazionale.  Nella condizione di stallo in cui si era trovato il Parlamento all’indomani delle elezioni di febbraio, l’unica soluzione praticabile penso fosse proprio questa, e chi adesso siede sulle poltrone dei vari ministeri lo fa con lo spirito di chi entra a fare parte del famoso “club di chi non ha scelta”.  Perché qual era l’alternativa? Subornare, come ha rischiato di fare il buon Pigi Bersani, la politica del Pd al populismo sciamannato di Beppe Grillo e al dilettantismo dei suoi scolari in gita-premio a Roma? Forse avrebbe potuto durare per un po’, ma poi si tornava punto e a capo, con gli stessi problemi, magari aggravatisi, e ancora meno tempo per affrontarli.  Senza contare che il Pd avrebbe finito per auto-annullarsi e al prossimo turno elettorale la sfida sarebbe stata tra il Pdl (o un partito suo erede) e i penta stellati, e non credo che per Bersani & C. ciò avrebbe rappresentato una gran mossa.  Basta il polverone sollevato dai grillini sulla candidatura al Quirinale di Stefano Rodotà (uno che alle “quirinarie” on line aveva preso 4mila voti, e per fortuna che doveva essere il presidente di tutti!) per fare capire quanto possa essere mortifero l’abbraccio del comico genovese, che punta a erodere a destra e a sinistra per arrivare – l’ha detto lui stesso – al 100% dei consensi.  Quindi, dopo che è successo ciò che tutti sappiamo, siamo arrivati all’unica soluzione ragionevole: un governo d’emergenza, concepito per mettere mano a quattro-cinque questioni di estrema urgenza, dove ciascuno fa la propria parte obtorto collo, ineluttabilmente a termine (impossibile che arrivi alla scadenza della legislatura), e poi a cose fatte ognuno nuovamente per la propria strada e nemici come prima.  Forse gli unici contenti sono gli esponenti di Scelta Civica, che hanno racimolato importanti poltrone a dispetto del misero risultato elettorale conseguito.  E non è che ci si debba attendere miracoli da questo governo: giusto un alleggerimento di una pressione fiscale intollerabile, un paio di provvedimenti per rimettere in moto la ripresa economica (che però non va solo per decreto, ricordatevelo imprenditori), una riduzione dei costi della politica e al massimo qualche buona riforma istituzionale.  Tutto qui, e basterebbe anche a disinnescare le sirene grilline del malcontento popolare.  Però pare che a qualcuno questo non stia bene, e quindi c’è qualcuno che soffia sul fuoco, alimentando tensioni inutili su questioni di lana caprina, e in fondo tutto ciò è quasi comprensibile.  Sì, perché negli ultimi vent’anni in Italia si è sviluppata una categoria ben precisa, quella dei seminatori di odio di professione, che nel clima di guerra civile permanente che aveva ammorbato l’aria della politica fino all’altro ieri ci sguazza come un pesce nell’acqua, anzi probabilmente è da questa situazione di rifiuto dell’avversario – visto come un nemico da annientare – che certa gente trae la propria ragion d’essere e forse anche le proprie fortune.  Parlo di politici ma anche di giornalisti, intellettuali, esponenti della cosiddetta “società civile”, sia di sinistra (dove questo modo di pensare tende a essere, ahimè, endemico) che di destra, a cui una nuova era di riconciliazione toglierebbe letteralmente il terreno sotto ai piedi.  Perciò questi figuri tramano sottobanco, urlano al tradimento, aizzano le folle, buttano benzina sulle braci, tirano la corda sperando che si spezzi, solo che a questo giro non c’è solo una generica volontà di giungere a una pacificazione del quadro politico, c’è la necessità di salvare un’Italia sull’orlo del baratro, di afferrarla per l’elastico delle mutande prima che ci cada dentro trascinandoci dietro a tutti.  Quindi chi soffia sul fuoco, oggi come oggi, gioca col fuoco, e rischia di rimanere bruciato: meditate gente, meditate…