Dio boa

Tobia Desalvo Mar, 03/12/2013 - 15:13

(tratto da L’Arengo del Viaggiatore – www.arengo.info)

 

Il Mediterraneo è diviso a metà dalla divisione religiosa tra cristiani e musulmani. Prima dell’espansione araba, l’unità del Mediterraneo era stata culla della civiltà greca e poi romana, ed in questo contesto la nostra penisola svolgeva un ruolo centrale e godeva dei vantaggi derivanti dalla posizione centrale all’interno di uno spazio economico integrato. Il Mediterraneo oggi è la frontiera tra l’Occidente e l’Oriente e come tale viene trattato dal centro dell’Impero: pattugliamenti militari, proibizioni e frontiere chiuse. Una situazione che, come ogni caso ridotto a burocratica questione di ordine pubblico, non può portare ad altro che ai drammi della disperazione, alle centinaia di morti in mare di Lampedusa.  Se è stata dunque la dissociazione del nostro caro Signore del Vecchio Testamento a creare il problema, occorre dare invece atto al suo Vicario in Terra di essere in prima linea nel cercare di gestire la situazione, applicando con rigore le direttive del suo superiore e impegnando le sue forze terrene: il valore della Persona, soprattutto, è la cifra che marca la differenza tra un potere religioso che si occupa e preoccupa direttamente della vita e un potere civile non riesce a fare altro che anteporre le esigenze della propria burocrazia.  Per la carità cristiana, la situazione è che se qualcuno sta male bisogna aiutarlo: in questo modo si leniscono gli effetti ma non si aggrediscono le cause. Per quanto riguarda la dimensione civile, invece, bisogna anzitutto chiarire i termini del problema: queste persone muoiono perché non hanno un timbro su un pezzo di carta. Avessero il pezzo di carta (cosiddetto “passaporto”) regolarmente vidimato (cosiddetto “visto”) potrebbero avere titolo di acquistare il biglietto di uno dei non così tanti traghetti che collegano Tunisi con l’Italia e la Francia. E’ buffo notare quanto siamo rigorosi nel chiedere l’applicazione della burocrazia anche se uccide gli altri, mentre ci scocciamo di quella che a noi fa perdere mezz’ora. In democrazia è bene tenere a mente che le nostre paure diventano legge: abbiamo paura che tutta l’Africa voglia entrare in Italia, che un flusso di persone molto più numeroso di noi invada le nostre strade; abbiamo paura che le pressioni migratorie abbiano un impatto sul mondo del lavoro, tendendo a comprimere i salari. Sono paure generate dalla nostra fragilità economica e sociale. Queste paura, nell’Europa dei rigurgiti localisti, sono state ben rappresentate in Italia dal burocratico proibizionismo della legge Bossi-Fini e dal reato di clandestinità. In realtà, si nota anche in questo caso quanto sia necessario per una democrazia come la nostra esercitare una pressione verso l’esterno, che ci offra spazi di gestione delle nostre criticità fino al di fuori del nostro territorio, su quella ”terza sponda” ove andrebbero concentrati gli sforzi per gestire il problema, ove creare partnership internazionali e nuove città su cui investire.  Qualunque siano le forme che il nostro intervento prenderà, avere un Governo democristiano rassicura sul rispetto per la parola della Chiesa cattolica, che è risuonata già durante gli anni di Ratzinger e ben più forte durante il presente pontificato: nel mare delle nostre ipocrisie, la boa a cui questo Governo si aggancia per galleggiare ci auguriamo possa far galleggiare qualche vita umana in più.