Disumano

Angela Piscitelli Lun, 04/08/2014 - 22:53

(tratto da Zona di Frontiera – www.zonadifrontiera.org)

Il carrozzone va avanti da sé/con le regine, i suoi fanti ed i re/ridi buffone per scaramanzia/così la notte va via…

 

Le parole hanno una vita, proprio come le persone: nascono, crescono muoiono, ma non senza conseguenze. Talora il trascorrere del tempo le rende inutili, perché gli oggetti e gli usi spariscono, ma qualche volta sono i costumi ad assassinarle, ed esse si rintanano nella memoria di qualche persona per bene, come pensieri “esuli” in un mondo che cambia.  Penso alla parola: “discrezione”. Della vita degli altri, quando io ero bambina, si aveva rispetto. La natura – con buona pace dei buonisti – è cattiva, cattivissima e la vita di ciascuno di noi nella storia personale si porta dietro, piccolo o grande, un fardello di passato inconfessabile, macchie scure, storie di sesso e di sangue, di eredità rubate, di fughe, di aborti.  Nessuna osservazione personale era consentita a noi bambini dai nostri educatori. Ci fossimo sognati di dire: “la zia Elvira ha un foruncolo sul naso” saremmo stati sommersi da una gragnuola di ceffoni. Le trasgressioni e i drammi di famiglia venivano ammantati da silenzi dolenti, da mezze parole cortesi e si faceva attenzione a non ferire la sensibilità di nessuno. Non era ipocrisia, era buona educazione e buon senso. Quando poi l’evento si allontanava nel tempo, ne restava un ricordo letterario colmo d’indulgenza e di saggezza.  Poi è successo che la discrezione è stata soppressa per sostituirla con una parola inglese: la “privacy”; e da quel momento – stregoneria delle parole – non si può fotografare più un minore però gli si può far sapere dalla televisione che forse suo padre è un assassino, il tutto senza metterci nemmeno il “forse”.  Affacciati alle loro finestre virtuali, gli Italiani del ventunesimo secolo si vedono sfilare davanti tutte le nefandezze reali o presunte del quotidiano. Si scava nelle esistenze con una sorta di entomologia criminale, si montano articolesse e trasmissionesse dove ipotesi, mezze verità e verità sono appoltigliate a dovere per dare sensazioni forti. La “giustizia” ha perduto ogni grano di saggezza e di dubbio che – solo – rende fertile il ragionamento, si affretta a dare in pasto all’incolto pubblico tutto quello che crede di sapere e un altro poco. I carnefici – o presunti tali – vengono a loro volta colti dall’ebbrezza della notorietà, contesi come sono dagli osceni palcoscenici della popolarità e chissà se tutta questa spettacolarizzazione non induca emulazione. Un momento di gloria, perché no? Una fiction e via. La fantasia “buona ” non esiste più.  Che cos’è la compassione, se non una forma di fantasia esercitata sulla vita di un altro? Il frutto di un amore clandestino di un tempo, certamente, può essere un assassino; e certamente, per assicurare il colpevole alla giustizia occorre utilizzare tutte le tecnologie possibili. Ma è necessario parlare di quella donna, ora avanti negli anni che dolorosamente ricostruì la sua vita, dopo un errore pagato caro, e dell’uomo che le è a fianco? È proprio necessario sbattere in faccia ad un uomo malato un peccato antico, rimesso con serena coniugalità di quarant’anni? Non c’era un altro metodo? Colpevole o innocente questo figlio del peccato, lo spettacolo avrà distrutto altre vite, irrimediabilmente. La stessa gravità dei fatti viene banalizzata dal chiacchiericcio mediatico-giudiziario, dove nulla sembra più vero. Dove non c’è pietà, non può esserci verità.  Così nello spettacolo ci finiamo tutti, indiscreti per forza, familiarizzando con il nostro nemico – il male del mondo – che ci assale da ogni parte trascinandoci nel gioco.  Non è apologia della censura, è un appello disperato al buon senso. Una società che ha perso le buone parole è interamente da ricostruire. Il bambino non è “il minore”, è un bambino. Ha grandi occhi che scrutano la nostra fronte, che ridono, che piangono. Cancellare i loro volti è nascondere la loro anima, impedirci di carezzarli non cancellerà la pedofilia. Chi li uccide non sa guardarli negli occhi e non sa carezzarli; e l’assassinio di una donna è un orribile omicidio, non un femminicidio. Chi uccide una donna non sa cos’è una donna. E non lo saprà nemmeno se sarà condannato.  La “privacy” cos’è? Un nuovo tipo di minigonna inglese? Una marca di mutande? Neanche ci trasferissimo in pieno deserto potremmo salvarci dalle implacabili scorribande nel nostro minuscolo mondo domestico, è aria fritta farcita di regole idiote, utili a tacitare coscienze già belle che crepate. Disumano, troppo disumano.