Editoriale: Dalle larghe intese ai ferri corti

Gabriele Orsi Mar, 01/10/2013 - 17:50

Alla fine ce l’hanno fatta a mandare tutto all’aria, gira e rigira le larghe intese sono diventate – come era facile presumere – ferri corti.  E personalmente continuo a pensare che è un vero peccato, non perché fossi un fan sfegatato del Governo Letta o perché mi fossi illuso che questo esecutivo avesse davvero la bacchetta magica per risolvere i tanti problemi del paese, ma perché ero sinceramente convinto che questa delle larghe intese costituisse un’occasione unica e irripetibile, sia pure dettata da cause di forza maggiore, perché centro-destra e centro-sinistra imparassero a conoscersi, a comprendersi reciprocamente e ad accettarsi a vicenda, cosicché, una volta che ciascuno fosse tornato per la propria strada, non saremmo ripiombati in quel clima da guerra civile che per tanti, troppi anni, ha tenuto monopolizzate le migliori energie di questa nazione mentre attorno a noi accadevano fatti gravissimi e importanti, le cui conseguenze oggi stiamo pagando in termini di crisi economica.  All’inizio filava tutto liscio: Pdl e Pd concordavano sulla necessità di ridurre la pressione fiscale, di fare qualcosa per l’occupazione, di rilanciare l’economia, di sostenere le famiglie in difficoltà.  A turbare il quadretto intervenivano soltanto le boutades della Kyenge, qualche sfuriata della Santanché o di Brunetta, a volte le velate minacce di Epifani (della serie “fate i bravi o facciamo un governo coi grillini”, come se i grillini fossero lì dietro l’angolo col piattino delle offerte in mano).  Poi però tutto è crollato come il fragile castello di carte che effettivamente era.  Certo è bastato poco: una condanna passata in giudicato inflitta al leader del centro-destra, con una pena assolutamente sproporzionata rispetto al reato in questione quand’anche questo fosse stato commesso, e la vecchia idea di eliminare l’avversario politico per via giudiziaria ha ripreso il sopravvento, mentre invece magari poteva essere una bella possibilità per riaffermare, dopo anni di sudditanza, il primato della politica davanti alla magistratura.  Non posso certo biasimare i parlamentari del centro-destra, che minacciano dimissioni in blocco e di staccare la spina al Governo e alle larghe intese: come fai a continuare a cercare, sia pure a fatica, di andare d’accordo con chi sancisce, contro ogni logica del diritto e della democrazia rappresentativa, di eliminare dalla scena politica il tuo leader per via giudiziaria?  Semplice: non puoi, non puoi seguitare ad andare a braccetto coi tuoi carnefici mentre questi ti pugnalano alla schiena e intanto ti sorridono pure a 48 denti, e ciò a dispetto degli avvertimenti che piovono da più parti a non barattare la sorte di un uomo solo con quella stabilità politica che oggi tanto sarebbe utile al paese per rimettersi in carreggiata.  E la tragedia, la cosa veramente triste e drammatica, è che su questo punto avrebbe pure ragione Letta e chi assieme a lui tifa per la tenuta del Governo: non è questo il momento per una crisi, non lo dovrebbe essere perché l’Italia si trova ora al bivio tra ripresa e baratro, e una piccola folata di vento potrebbe spingerla verso la direzione sbagliata.  Ma non è colpa del Pdl questa crisi, la colpa è di coloro che, talmente abituati a plaudere la magistratura qualsiasi cosa facesse, anche stavolta, pavlovianamente, si sono accodati scodinzolando al tintinnar di manette senza fare o dire nulla che questa crisi potesse scongiurarla.  Penso soprattutto al Presidente Napolitano: di questo tentativo di riconciliazione nazionale che era alla base delle larghe intese doveva e poteva essere lui il garante supremo.  Perché, va detto, la famosa riconciliazione nazionale non può e non deve avvenire sul cadavere di Berlusconi.  Au contraire, deve assolutamente basarsi innanzitutto sull’accettazione del Berlusconi politico, leader rappresentativo di metà del paese, figura di riferimento democraticamente legittimata.  Su questo si basava l’accettazione della sua rielezione al Colle più alto, su questo doveva impegnare il proprio onore.  Anche perché se c’era qualcuno che doveva conoscere l’invadenza di certi magistrati nella vita istituzionale della Repubblica, viste le note vicende di telefonate intercettate e registrate senza alcuna autorizzazione, era proprio lui, Giorgio Napolitano.  Che invece stavolta ha preferito guardare dall’altra parte, come se la cosa nemmeno lo riguardasse.  Lo riguarda invece, eccome, perché solo lui, dall’alto della propria autorevolezza, poteva – e doveva – fare qualcosa.  Il tempo, ancorché incresciosamente poco, c’è ancora, gli odiatori di professione che barattano il bene del paese con la propria gloria personale farebbero bene a non stappare lo Champagne per il momento.  Però bisogna fare qualcosa.