EDITORIALE: Resistere, resistere, resistere!

Gabriele Orsi Mar, 03/12/2013 - 17:03

Se una regola d’oro ci rimaneva sin dai lontani tempi dei Padri Fondatori della Costituzione Americana, questa era che in democrazia deve sempre e comunque essere chiara e ferma la separazione tra i poteri dello Stato, quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. Bene, siccome da ora in avanti questa situazione in Italia non può dirsi valida, il nostro paese esce ufficialmente dal novero delle democrazie per entrare in una fascia confusa, dove il potere è esercitato a turno da diversi soggetti ma dove la legittimazione popolare – altro ingrediente importante della democrazia – conta meno di zero e rischia di essere più un’aggravante che un valore aggiunto, dove l’esprimersi al di fuori di un certo coro può costare l’ostracismo politico e professionale e forse anche la galera. E soprattutto, cosa ancora più grave, dove nessuno fa un accidenti di niente per risolvere i veri problemi che ancora attanagliano la nostra economia agonizzante, la nostra società impoverita, la nostra pubblica amministrazione arretrata, giurassica e sprecona: perché le dittature, anche se brutte e antipatiche, se riescono a fare funzionare le cose per il verso giusto, per un po’ possono anche passare sotto silenzio e farsi accettare da una certa opinione pubblica prima di rivelare al mondo il loro vero volto, quello brutale e liberticida.  In Italia nemmeno questo abbiamo, ci ritroviamo ormai con una dittatura che fa strame delle libertà e che al tempo stesso è inefficace, incapace di risolvere qualsivoglia questione, lasciando che il paese si spacchi sempre di più a metà tra chi è a favore di un certo leader politico e lo sostiene con tutta la voce che ha in corpo nonostante tutto, e chi invece è contro questo leader politico e si venderebbe anche la nonna per levarselo dai piedi una volta per sempre.  Mi riferisco, è lapalissiano, alla decadenza di Silvio Berlusconi dal seggio di senatore per effetto – incredibilmente retroattivo – della Legge Severino e a seguito di una sua condanna passata in giudicato. Non voglio qui ritornare sui particolari della cosa, ampiamente sviscerati dai mass media, né sulla colpevolezza effettiva o meno dell’uomo, né sulle infinite polemiche che hanno accompagnato la vicenda, i tentativi di rinviare questo voto, la spaccatura sorta in seno al partito di Berlusconi fra governativi e lealisti, le eccezioni e le contro eccezioni. Voglio solo riallacciarmi a quanto avevo sostenuto nel mio ultimo editoriale: se larghe intese dovevano essere per traghettare l’Italia fuori dalle secche della crisi e dell’immobilismo, queste larghe intese dovevano essere l’inizio di una vera e propria pacificazione fra centro-destra e centro-sinistra, un punto finale alla guerra civile strisciante che per vent’anni aveva visto contrapposti i pro-Berlusconi e gli anti-Berlusconi e che, facendoci perdere di vista le vere emergenze, ci aveva fatto precipitare nell’attuale situazione. Era una bella occasione, lo ribadisco e non mi stancherò mai di farlo. Ma se pacificazione doveva essere, questa non poteva avvenire sul cadavere (politico o fisico, è uguale) di Berlusconi, magari steso su un altare come un grosso animale sacrificale: au contraire la base da cui partire doveva essere la legittimazione piena di Berlusconi, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, come figura di riferimento dell’agone politico, con tutto il diritto di fare politica al riparo da ritorsioni e persecuzioni giudiziarie. E di questo principio un uomo e un uomo solo doveva essere garante, e per la verità ci si era anche presentato come tale: il Capo dello Stato Giorgio Napolitano. E invece è crollato tutto: per la prima volta nella nostra storia repubblicana un organo sovrano come il Parlamento si è inchinato al volere di un altro potere dello Stato, la magistratura, e ha espulso uno dei suoi membri, legittimamente eletto dal popolo (che invece non elegge i magistrati, assunti per concorso) come indesiderabile sulla base di sentenze che sono carta straccia in quanto partorite da processi-farsa celebrati in barba a tutto ciò che assomiglia anche solo vagamente al diritto.  La chicca del voto palese – la prima volta nel mondo civile che vi si fa ricorso quando si vota su una persona – è solo la ciliegina sulla torta di uno sconcio per descrivere il quale non esistono parole adeguate. Di questo passo sarà la magistratura a decidere (di fatto lo fa già, manca solo la sanzione ufficiale) chi può essere votato ed eletto e chi no, un po’ come funziona in Iran, dove l’ultima parola sulla candidabilità ed eleggibilità di chicchessia spetta al consiglio degli Ulema. Ecco a cosa si è ridotta la nostra nazione, a una repubblica islamica senza quel contesto culturale – pur rispettabile – che è rappresentato da certa filosofia musulmana, una sorta di tirannide discrezionale di cui tutti, a cominciare dai carnefici di oggi, possono improvvisamente e senza un vero perché diventare vittime.  E’ un fallimento su tutta la linea: ha fallito Napolitano, che doveva essere il garante dell’unità nazionale e invece è diventato l’uomo che ha spaccato definitivamente e irrimediabilmente l’Italia.  Ha fallito il governo Letta, con un ministro dell’Economia che non sa fare quadrare i conti per abbassare le tasse, uno della Giustizia che si adopera per far concedere i domiciliari a un’amica miliardaria detenuta per gravi accuse, uno degli Esteri che lascia i nostri fanti di Marina a marcire in India (dove rischiano una condanna a morte), uno dell’Immigrazione che vuole aprire le porte del nostro paese a ogni sorta di immigrato più o meno meritevole dell’accoglienza e uno delle Riforme che ancora non ha partorito un progetto di riforma degno di questo nome.  Sta fallendo lo Stato, ormai in liquidazione al cospetto di cancellerie straniere e speculatori internazionali, che doveva proseguire sulla strada delle larghe intese e che invece è naufragato su una questione tanto ridicola quanto indegna di uno stato di diritto. E ha fallito chi, per rimanere attaccato a una poltrona, ha scelto di abbandonarsi a un limbo politico che non gioverà certo – come già accaduto a suoi illustri predecessori – alle sue fortune politiche: verrà usato e poi buttato via come una vecchia e inutile ciabatta. E non si illudano, gli sciamannati che in questi giorni festeggiano nella più sguaiata delle guise, che Silvio Berlusconi sia definitivamente fuori dai giochi: l’uomo ha molte più risorse di quante se ne possano immaginare, e ora finalmente è libero dai laccioli in cui era costretto dalla logica delle larghe intese, non ha più nulla da perdere e può giocare a viso aperto. In poche parole può fare il Berlusconi, e quando questo accade in genere vince sempre. Quando a venire cestinata è la regola suprema della Ragion di Stato (Salus Rei Publicae Maxima Lex dicevano i nostri antichi) vuol dire che lo Stato è veramente alla deriva e senza possibilità di recupero, e allora esiste solo una cosa che si può fare: resistere, resistere, resistere!