I giudici arrestano le tasse: “Il redditometro è nullo”. Un altolà totale.

Francesco Leccese Mar, 03/12/2013 - 16:46

Dietrofront al redditometro (non da parte dell’Agenzia delle Entrate) ma dalle aule giudiziarie e dall’Autority.

 

C’era una volta…così iniziavano le favole. Uno stato brutto, calvo e desideroso di mangiare più soldi possibili. Dall’altra, un contribuente dis(onesto) che cercava di sfuggire dalle maglie strette dell’Erario.  Guai giudiziari per il nuovo redditometro, «annullato» da una sentenza del tribunale di Napoli depositata di recente. Il decreto ministeriale del governo Monti che lo ha istituito a dicembre 2012, afferma il giudice Valentina Valletta, viola il diritto alla riservatezza del cittadino ed è «al di fuori della legalità costituzionale e comunitaria».  All'Agenzia delle Entrate si impone di non fare accertamenti sul ricorrente o di interromperli se già li ha iniziati, oltre a comunicargli se è in atto una raccolta dati nei suoi confronti. Un altolà totale.  Solo a fine agosto è stata annunciata la partenza del sistema antievasione con l'invio di 35mila lettere per cittadini «incongrui», ma l'Autorità sulla privacy non ha dato il via libera.  Ora arriva la mazzata giudiziaria, che conferma la prima bocciatura del redditometro: quella dell'ordinanza firmata a febbraio dal giudice Antonio Lepre, della sezione distaccata di Pozzuoli del tribunale partenopeo, che non a caso viene citata nella sentenza. Si trattava di un provvedimento d'urgenza, che attende la (quasi sicura) conferma dal giudice di merito (e probabilmente lo sarà). Stavolta, si tratta di una causa ordinaria e si fa un altro passo avanti, aprendo la strada ad un mare di possibili ricorsi dei cittadini italiani.  A rivolgersi al tribunale è stato un impiegato del Comune di Pozzuoli, che non ha voglia di scoprire i finanzieri con il naso nei suoi risparmi e nei suoi cassetti. Un ricorso preventivo, perché il contribuente non ha subìto ancora alcun accertamento. Ma al suo fianco è sceso anche il Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Napoli, per la prima volta in difesa non della categoria ma del cittadino qualunque.  La vittoria è stata piena. Per il giudice Valletta, il regolamento sul redditometro si basava su presupposti che non sono stati rispettati. Non è vero che l'Agenzia delle Entrate abbia «il potere di conoscere tutti i dati personali del contribuente e della sua famiglia». Non può violare articoli fondamentali della Costituzione come il 2 e il 13, né la Carta dei diritti fondamentali della Ue. Non può controllare le spese del contribuenti (dalle calze alla birra, dai detersivi alla benzina, dai libri ai taxi) e di altre persone della famiglia. Non può indagare nell'autonoma gestione del denaro, negli acquisti farmaceutici (riservatissimi), nelle spese per l'educazione, né curiosare nella vita sessuale o politica. Il redditometro, insomma, «viola i principi di eguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità». Quindi, scrive la Valletta, «è non solo illegittimo, ma radicalmente nullo».  Si chiede l'avvocato che ha difeso il contribuente: «Siamo in uno Stato di diritto o in uno Stato di polizia? Perché la visibilità assoluta di ciò che un cittadino fa, guadagna e spende (giustificata dal semplicistico rilievo che chi “non ha commesso nulla di male, nulla avrebbe da nascondere”) non è il simbolo di una società aperta, liberale e democratica, ma delle peggiori forme di totalitarismo, di sistemi autoritari e polizieschi che cancellano la privacy. Il redditometro è un po' come le intercettazioni, ma lì almeno si parte da un sospetto. Qui neppure da quello».  Il redditometro resta dunque in stallo e dovrà fare i conti anche con la crisi. Non solo, dunque, con la privacy e i vincoli che ne stanno ritardando l'applicazione a tutto campo al periodo d'imposta 2009. Ma anche con la difficoltà di leggere i comportamenti legati ai problemi che attraversano le famiglie: come quello di chi disinveste per coprire le spese correnti, mettendo mano al patrimonio.  L'occasione per fare il punto sullo stato di avanzamento dei lavori del nuovo strumento è stato il convegno dedicato a «Il redditometro e i mezzi di difesa del contribuente», organizzato dall'Istituto per il Governo societario, che si è svolto recentemente alla Scuola superiore dell'economia e delle finanze «Ezio Vanoni». Un incontro che ha consentito di esaminare tutti i punti critici sul tappeto.  In primo luogo, il versante privacy. Il confronto con il Garante, che si dovrà concludere prima di dare il via in modo massiccio alla campagna è ancora in corso. Parti in contatto continuo, pochi punti da smussare, ma una situazione, in stallo, che ancora non si sblocca e che ha già costretto a rivedere il timing delle verifiche proiettando quelle relative al periodo d'imposta 2009 (da fare necessariamente con il nuovo strumento) ormai quasi certamente al 2014. Dopo l'incontro tra Garante e Agenzia avvenuto lo scorso 4 ottobre, la questione ruota essenzialmente intorno alla profilazione dei contribuenti e all'utilizzo delle medie Istat. Nel caso in cui la risposta delle Entrate fosse convincente, l'istruttoria aperta dall'Authority si avvierebbe a conclusione. I numeri restano quelli di sempre: 35mila accertamenti per maxi-scostamenti, che dovranno essere per forza molto superiori alla soglia "legale" del 20%, se solo si pensa che l'agenzia delle Entrate si attende che gli scostamenti sopra il tetto-base siano molte decine di migliaia in più rispetto ai 35mila contribuenti che, alla fine, verranno davvero controllati.  Un altro problema è la crisi. Il meccanismo di applicazione del nuovo redditometro non consente, in prima battuta, di collegare i disinvestimenti che effettua un contribuente all'utilizzo di risorse per coprire le spese correnti. In sostanza, il meccanismo non riesce a registrare i casi in cui una famiglia decide di mettere mano al patrimonio per far fronte alle esigenze del mantenimento "concreto". Il problema è che, per il nuovo redditometro, il disinvestimento può solo essere rilevante per la riduzione di eventuali investimenti. Certo il caso di utilizzo ai fini della copertura delle spese correnti accompagnato da uno scostamento rilevante sui redditi potrebbe non essere frequente, ma dovrebbe imporre un confronto per situazioni che solo il contraddittorio con gli uffici potrà risolvere e che non vengono colte in automatico.  Il contraddittorio, del resto, resta il punto centrale. Un meccanismo che, come ha sottolineato il direttore centrale accertamento delle Entrate, punta «a recuperare all'adempimento spontaneo senza farsi condizionare da obiettivi monetari e che, in realtà, dà poco spazio a medie e presunzioni», dato che l'80-90% dei dati rilevanti deriva da spese certe o risultanti da elementi certi. Sul confronto fra le parti si è soffermato l’ex presidente della commissione parlamentare sull'Anagrafe tributaria, che ha ripercorso tutti i passaggi sul confronto fra contribuenti dal reddito contestato, professionisti e fisco. E che il confronto produca frutti lo dimostrano i dati ricordati dal, direttore centrale del contenzioso dell'Agenzia. La mediazione sembra riuscire nell'intento di tagliare il contenzioso se è vero che il 2013 dovrebbe segnare la caduta dei ricorsi in primo grado sotto quota 100mila. Numeri tanto più importanti se si considera che attualmente molte controversie sul sintetico rientrerebbero nell'area della mediazione.  Sullo sfondo gli altri temi: dalla retroattività, contesa, per i controlli effettuati con il nuovo redditometro alla forza da dare alle presunzioni (vdsi articolo mese di ottobre) che derivano dal nuovo strumento.  L’unico interlocutore che potrebbe intervenire per rassicurare su più fronti gli attori in campo (Stato e Contribuenti), purtroppo rimane, e ne siamo rammaricati, il grande assente: la Politica.

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