Il fisco americano vince il 93% dei ricorsi. Nella mappatura delle 8 “Italie” le percentuali si dimezzano

Francesco Leccese Gio, 17/07/2014 - 22:50

Fioccano condanne contro gli evasori del fisco a stelle e strisce. Il numero dei casi conclusi in giudicato con una vittoria dello Stato ha fatto registrare un incremento del 25% nel 2013 rispetto a un anno prima con un tasso di condanne che ha raggiunto il 93% del numero dei giudizi. << Un dato particolarmente importante che riflette la qualità del lavoro investigativo dei nostri agenti e l’importanza del lavoro di squadra condotto con i partner della polizia e degli uffici dei procuratori di Stato>> ha dichiarato Richard Weber, capo  del dipartimento Criminal Investigation dell’Irs, l’Agenzia delle entrate americana, a margine della presentazione della relazione annuale 2013. Un anno che si è chiuso con grandi successi per gli agenti del fisco a stelle e strisce. I numeri parlano chiaro: + 12,5% rispetto al 2012 per le indagini avviate, e un aumento di quasi il 18% nei rinvii a giudizio. In particolare, i nuovi casi aperti dall’Irs sono stati 5.314 (contro i 5.125 del 2012), mentre i rinvii a giudizio hanno toccato la cifra record di 3.311 a fronte dei 2.466 dell’anno prima. In forte crescita anche il numero di condanne, salite a 2.812 rispetto alle 2.466 del 2012. E questo, nonostante il calo del numero di agenti speciali a disposizione dell’Agenzia, passato dai 2.615 ai 2.541 in appena dodici mesi con una prospettiva di ulteriore contrazione di 50 unità attesa per il 2014. << Alcuni dei maggiori successi sono stati i casi Kwame Kilpatrick, Liberty Reserve, uno dei casi più importanti di riciclaggio internazionale di denaro nella storia degli Stati Uniti, ha portato a un’incriminazione e all’interruzione delle attività da parte degli agenti dell’Irs. Senza contare il caso Hsbc che si è concluso con la firma di un accordo con il colosso finanziario britannico che ha portato al pagamento di un forfait di 1.256 milioni di dollari. Mentre Rashia Wilson nota come la <<regina di furti di identità>>, è stata condannata a 234 mesi (quasi 20 anni) di carcere. Infine, Tim Turner, autoproclamatosi <<presidente dei movimenti di capitale internazionale>>, è stato condannato a 216 mesi (18 anni) di carcere.  Passando al Made in Italy la situazione è capovolta. Caso emblematico è fornito da Diego Armando Maradona che ha definitivamente vinto la sua battaglia con il fisco italiano, che pretendeva circa 40 milioni di euro, e "ora può tornare in Italia da uomo libero", dopo che il "Pibe de oro" nella sua controversia con l'erario italiano. La Commissione Tributaria Centrale, ha riferito il legale, ha confermato la nullità, anche per Maradona, degli accertamenti fiscali eseguiti sul finire degli anni 80 a carico della Società Sportiva Calcio Napoli e di suoi tesserati stranieri - oltre al fuoriclasse argentino, anche i brasiliani Careca e Alemao - per compensi pagati a società estere per lo sfruttamento dei diritti di immagine.   La Commissione Tributaria ha, inoltre, evidenziato l'estinzione per condono dei giudizi fiscali a carico del Napoli e, di conseguenza, a carico di Maradona e dei due brasiliani in maglia azzurra in quegli anni.  Gli obiettivi sono la lotta all'evasione e migliori servizi. In tutto 11,2 milioni di italiani vivono in province ad alta "pericolosità fiscale". Seguono 9,4 milioni a rischio medio alto (con le aree di Roma e Milano). Ben 23,3 milioni abitano invece in aree a basso rischio.  Lo studio, il cui obiettivo non è quello strettamente repressivo dell'evasione ma punta al miglioramento dell'efficienza sul territorio dell'Agenzia delle Entrate, nasce da una seria e rigida analisti statistica che ha utilizzato 245 variabili raccolte da fonti ufficiali. Non c'è stata nessuna scorciatoia statistica per criminalizzare aree, ma la volontà di comprensione di realtà complesse che richiedono una diversa risposta dell'amministrazione fiscale, anche in termini di servizi resi sotto forma di assistenza e comprensione dei problemi.  L’Agenzia delle Entrate stila la “nuova” mappa per gli indicatori di fisco, criminalità ed economia.

LA MAPPA DELL'EVASIONE

Da "Pericolo Totale" a "Stanno tutti bene", la scala tonale della mappa tracciata sullo stivalone italiano dagli esperti dell'Agenzia delle Entrate ha tantissime sfumature: passa per le aree a basso sviluppo ed alta evasione ("Niente da dichiarare?" è il nome del gruppo) a quelle con molte attività manifatturiere ("L'industriale"), dalle province "Equilibriste" alle due aree metropolitane di Roma e Milano ("Metropolis"), per esaminare anche i due gruppi "Rischiose abitudini" e "Non siamo angeli", quest'ultima con un tasso di pericolosità fiscale intermedia, ma non certo ottimale.  La ricerca non conta i residenti, ma basta sovrapporre una mappa ai dati dell'Istat per scoprire che ci sono 11,2 milioni di residenti che abitano nelle province "Rischio Totale", dove l'alta pericolosità fiscale e sociale si sposa con un bassissimo tenore di vita. Subito dopo ci sono 9,4 milioni di cittadini di altri due gruppi: i "Metropolis", con i 7,1 milioni di residenti delle province di Roma e Milano e i "Niente da dichiarare".   Tutti e due hanno un rischio di evasione medio alto, ma sono profondamente divisi dal tenore di vita e dalla pericolosità sociale, più alta nelle due grandi città.  Tax gap. Sono queste le aree che pesano di più nei 90 miliardi di "tax gap" calcolati dall'Agenzia in un altro studio consegnato tempo fa in Parlamento e che misura il divario tra quello che il fisco dovrebbe incassare e quello che raccoglie concretamente: colpa non solo dell'evasione ma anche di errori e di impossibilità a pagare il dovuto per mancanza di liquidità.  Ma c'è anche l'altra faccia della medaglia. Ci sono 23,3 milioni di cittadini che abitano in province che il fisco considera tranquille: sono il gruppo "Industriale" e "Stanno tutti bene", nelle quali la pericolosità fiscale è bassissima così come il rischio sociale: in ordine alfabetico spaziano da Aosta a Udine ma riguardano province del centro nord spesso lontane dai grandi centri.  Sette filoni d'indagine. Lo spaccato dello studio dell'Agenzia delle Entrate, entra dentro le diverse realtà, indagando sette diversi filoni - 1) Dimensioni e popolosità del bacino, 2) pericolosità fiscale, 3) pericolosità sociale, 4) tenore di vita, 5) struttura produttiva, 6) l'accesso a servizi tecnologici, 7) presenza di infrastrutture - e, anche se potrà avere un risvolto nel misurare meglio le forze nella lotta all'evasione, potrebbe rappresentare un contrappasso per i dipendenti del fisco. Già perché - è scritto nello studio - nella valutazione dell'efficienza delle "direzioni provinciali dell'Agenzia "una Direzione provinciale può essere leader nella propria regione ma risultare poco efficiente nell'ambito del 'cluster' (gruppo) di appartenenza".  Fisco e contribuenti in causa per 40 miliardi. Ma nonostante questo si litiga di meno: calano del 5,6% i ricorsi presentati nei due gradi di giudizio, pari complessivamente a 686.234 contro le oltre 727mila cause instaurate nel 2011. E soprattutto, rispetto al triennio precedente, il numero dei ricorsi definiti supera quello dei pendenti.   L'imposta regina delle liti resta l'Irpef, calano i ricorsi per il registro (-35%) e Irap (-32%), mentre sulle tasse locali, amministrazioni e cittadini si scontrano soprattutto su Ici e Tarsu.  È quanto emerge dalla relazione sul monitoraggio dello stato del contenzioso tributario nel 2012 presentato di recente al dipartimento delle Finanze. Se il contenzioso in Italia vale quanto una manovra finanziaria, il valore medio della controversia si attesta sui 144.000 euro e solo 1,5% dei ricorsi riguarda liti per importi superiori a un milione di euro. Ma nonostante questo le maxi-liti corrispondono a quasi il 75% del valore complessivo del contenzioso tributario.  La strada intrapresa è quella di ridurre le liti. L'aumento del contributo unificato e il ricorso dell'istituto del reclamo/mediazione per le cause fino a 20mila euro hanno contribuito al crollo dei ricorsi presentati complessivamente nelle commissioni tributarie, che sono passati dagli oltre 330mila del 2011 ai 264.583 dello scorso anno. Questo ha portato a bloccare il trend in crescita dal 2007 dei ricorsi pendenti: nel 2012 il numero delle cause decise ha superato il numero dei ricorsi presentati, tanto che le cause decise sono state oltre 40mila in più rispetto a quelle chiuse nel 2011.  A testimoniare l'efficacia della mediazione – su cui pende il giudizio della Corte costituzionale in merito all'elevazione del limite del valore delle cause, oggi fissato fino a 20mila euro – è dato dal fatto che l'89% della riduzione del numero complessivo dei ricorsi depositati nelle Ctp nel biennio 2011-2012 è imputabile alle controversie instaurate nei confronti dell'Agenzia delle Entrate. Guardando sempre ai dati sulle liti, divisi per enti impositori, non sembra diminuire la propensione alle cause con Equitalia, che toccano quota 30.594 pari al 14% del totale dei ricorsi pervenuti in Ctp. Ma chi vince di più? La lettura dei dati forniti dal monitoraggio va incrociata con le appendici statistiche. Infatti a spuntarla sia in primo che secondo grado sono quasi sempre gli uffici dell'amministrazione: in Ctp il Fisco vince nel 39,3% dei casi contro il 30,5% di cittadini e imprese; in Ctr le percentuali salgano rispettivamente al 41,8% e al 36,2 per cento. Ma se si guardano le vittorie nel merito le percentuali di vittoria si ribaltano, infatti sono «più spesso i contribuenti che non le pubbliche amministrazioni le quali emanano gli atti impositivi a spuntarla: 46,11% contro 39,80% (14,09% i pareggi). Anche in secondo grado di giudizio, la percentuale di vittorie piene dei contribuenti rimane elevata, attestandosi al 40,20% (10,60% i pareggi). Dati che, «porrebbero fortemente in dubbio la legittimità della riscossione in pendenza di giudizio, ovvero dell'obbligo imposto al contribuente che fa ricorso di versare comunque il 30% delle maggiori imposte contestate, mentre è ancora in attesa del primo grado di giudizio».  La sospensione del giudizio resta una "chimera" a Roma e Napoli: su 13.523 istanze presentate nella Capitale soltanto 100 sono state quelle decise, così sotto il Vesuvio dove la percentuale sale al 2% con 241 istanze di sospensione decise a fronte di 12.623 domande presentate. Eppure le istanze di sospensione aumentano: nel 2102 quelle presentate sono state quasi il doppio di quelle presentate, ovvero 125.467 contro 65.271 su cui i giudici si sono pronunciati. Di queste ultime circa la metà è stata accolta.

Resistere al fisco si può. Basta conoscere gli strumenti che la legge mette a disposizione. Perché l'Agenzia delle Entrate non è infallibile, così come la Guardia di Finanza o Equitalia. Lo Stato sa bene che la mannaia lanciata su grandi aziende, piccoli imprenditori e privati nell’offensiva senza precedenti lanciata per combattere l’enorme evasione, su cui l’Italia vanta un triste primato, miete vittime innocenti. E non poche. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2010 - la nostra pubblica amministrazione non brilla, tra le altre cose, per tempestività nel rilascio delle statistiche - riferiscono che i contenziosi esaminati dalle Commissioni tributarie provinciali risultano favorevoli ai contribuenti nel 48 per cento dei casi (percentuale che sale al 50 per cento per le Commissioni regionali) mentre solo nel 39 per cento  delle liti la vittoria va all’amministrazione fiscale. Così il contribuente messo al muro dal Fisco può, anzi, in moltissimi casi viene costretto ad opporre le sue motivazioni. Che, come dicono le statistiche, in molti casi risultano corrette e vincenti.   La guerra  però è profondamente iniqua. Il Parlamento ha permesso che lo Stato attacchi il cittadino con armi impari. Un carro armato contro una fionda. Solo l’indipendenza della giustizia può tentare di riequilibrare le cose. Tanto per cominciare il Fisco, prima di sedersi a un tavolo e ascoltare ciò che il contribuente ha da dire, pretende il pagamento delle maggiori imposte accertate, le sanzioni, gli interessi e la percentuale di Equitalia per il servizio da mastino reso.   Se poi dovesse aver ragione il contribuente, lo Stato restituirà il maltolto, ma con i tempi della giustizia che conosciamo. Applicando le statistiche del 2010 si può dire che  l’amministrazione finanziaria è stata costretta a restituire 10 miliardi di euro ai contribuenti per imposte accertate e incassate in anticipo che non erano dovute. È chiaro a tutti cosa significa per un cittadino o per una ditta tirare fuori dal portafoglio un bel po’ di quattrini da aggiungere  alle tasse che ha già pagato, distraendoli, nella migliore dell’ipotesi, alle altre spese a cui erano destinati. Vederseli restituire, in caso di vittoria, anni dopo è solo una magra consolazione.

Ecco quali sono le principali armi di lotta che un contribuente può opporre all’amministrazione fiscale nel caso in cui stesse subendo un ingiusto accertamento:

INTERPELLO
In via preventiva il contribuente può utilizzare lo strumento dell’«interpello dell’amministrazione finanziaria» disciplinato dalla Legge 413/91. L’interpello consiste nel rappresentare all’amministrazione fiscale, in via preventiva rispetto alla realizzazione, le operazioni che il contribuente intende compiere e realizzarle solo dopo che l’amministrazione fiscale ha dato il suo parere.

Purtroppo c’è un eccessivo lasso di tempo che intercorre fra la richiesta di interpello e la risposta dell’amministrazione finanziaria potendo trascorre fino a 120/180 giorni fra la richiesta e la risposta,  il che, in una economia che si muove a ritmi vertiginosi, non è certamente accettabile. Negli altri Paesi evoluti le forme di interpello, più propriamente chiamate «ruling», consentono veramente di instaurare un proficuo rapporto con l’amministrazione fiscale con l’intento di privilegiare non tanto «l’incremento delle basi imponibili» quanto la certezza dei rapporti fra due parti che sono sullo stesso piano, fisco e contribuenti.

AUTOTUTELA
Prima ancora di instaurare il ricorso avverso un avviso di accertamento è possibile ricorrere alla cosiddetta «autotutela». Si tratta di una attività in sede amministrativa con la quale il contribuente può chiedere alla stessa amministrazione finanziaria di annullare o revocare un atto ritenuto illegittimo o infondato. È  uno strumento da utilizzare sempre in quanto l’amministrazione finanziaria è obbligata a rispondere ed in mancanza di risposta ciò può essere considerato come violazione del principio di buon andamento e imparzialità dell’amministrazione sanciti dall’articolo  97 della Costituzione. 

ACCERTAMENTO CON ADESIONE

L’adesione è un accordo fra contribuente e fisco sulle voci dell’accertamento che, se concluso, porta ad un significativo risparmio delle sanzioni amministrative tributarie in quanto queste sono ridotte ad un terzo del minimo previsto dalle legge.  È  un istituto che avrebbe potuto portare risultati migliori di quelli raggiunti, sia per il fisco che per i contribuenti se non fosse che troppo spesso in sede di accertamento le violazioni amministrative sono esageratamente sopravvalutate da parte dell’amministrazione fiscale, sperando così di raggiungere il gettito prefissato invogliando il contribuente a negoziare con l’amministrazione fiscale ottenendo una sensibile riduzione delle sanzioni.  Parente stretto dell’accertamento con adesione è l’adesione al «Processo Verbale di constatazione PVC» che  funziona allo stesso modo e interessa una fase precedente l’emissione dell’avviso di accertamento: in tale caso la riduzione delle sanzioni è raddoppiata rispetto all’accertamento con adesione.  Tutte le attività sopra descritte, ad eccezione dell’interpello preventivo, devono essere esperite in un arco temporale che va dai 60 a 150 giorni dalla notifica dell’avviso di accertamento. 

MEDIAZIONE TRIBUTARIA 

Il tentativo di mediazione è possibile soltanto per gli atti emessi dall’Agenzia delle Entrate (e quindi, ad esempio, non è possibile utilizzare l’istituto per gli atti emessi da Equitalia). Si tratta di un istituto obbligatorio, pena l’inammissibilità del ricorso. Il problema sta nel fatto che il «mediatore» è la stessa Agenzia delle Entrate (sia pure con un ufficio diverso) che ha emesso l’atto di accertamento.  Pare quindi un filtro per tentare di evitare il contenzioso (dove come abbiamo visto l’amministrazione finanziaria perde nella metà dei casi), piuttosto che un vero tentativo di risolvere, fuori dalle aule giudiziarie, le controversie con i cittadini.  A fronte di una considerevole riduzione delle sanzioni (pari al 60 per cento) occorre rilevare che, in caso di soccombenza nel giudizio che si instaura qualora non si raggiunga l’accordo di mediazione, oltre alle spese di giudizio, la parte soccombente verrà chiamata a pagare una somma aggiuntiva pari al 50 per cento  delle medesime spese di giudizio a titolo di rimborso spese del procedimento.

CONTENZIOSO TRIBUTARIO

Da ultimo, ma non in ordine di importanza visti gli esiti dei giudizi tributari, qualora non abbiano dato risultati positivi gli altri strumenti indicati, non resta che il contenzioso tributario. È una via che, purtroppo, non sospende la riscossione delle imposte o delle maggiori imposte dovute anche se il versamento richiesto, in caso di contenzioso, non può eccedere un terzo delle maggiori imposte accertate. Dopo la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale le somme iscritte a ruolo e da versare sono pari ai due terzi di quanto deciso dalla Commissione Tributaria, previa detrazione di quanto già versato in precedenza, ma in questo caso sono anticipate anche le sanzioni e  gli interessi. Dopo la sentenza della Commissione Tributaria Regionale (e quindi prima del giudizio definitivo della Corte di Cassazione) occorrerà pagare tutto l’importo accertato (comprensivo di sanzioni e interessi, sempre ovviamente al netto di quanto già corrisposto) ovvero deciso dalla Commissione Tributaria Regionale.   Occorre segnalare che i tempi mediamente registrati per definire l’iter del contenzioso tributario coprono un arco temporale di circa 823 giorni per ottenere un giudizio dalla Commissione Tributaria Provinciale a cui si aggiungono altri 617 giorni per ottenere il giudizio della Commissione Tributaria Regionale, per un totale di 1.440 giorni. In questo conteggio sono esclusi i tempi richiesti per il giudizio di Cassazione. Nel frattempo maturano interessi a favore dello Stato.

PUNTUALIZZAZIONI
Sulle somme dovute dai cittadini contribuenti o dall’Amministrazione Finanziaria maturano ovviamente degli interessi a favore dell’una o dell’altra parte a seconda delle diverse situazioni. Anche in questo caso le posizioni non sono su un piano di parità. Infatti mentre all’amministrazione fiscale spettano tassi di interesse del 4,55 per cento  annuo per interessi di mora per il ritardato pagamento, quelli che spettano al contribuente non eccedono l’1 per cento semestrale. Occorre notare, infine, che sulle somme iscritte nei ruoli spettano aggi nella misura del 9 per cento  a favore di Equitalia che il decreto sulla spending review ha ridotto, per la verità in misura irrisoria, all’8 per cento (magra consolazione al salasso patito) a partire dal 1 gennaio 2013. 

MISURE CAUTELARI E RATEIZZAZIONI

Il contribuente può chiedere la sospensione della riscossione, sia in sede giudiziaria, (in caso di ricorso alle Commissioni tributarie) che in sede amministrativa (all’amministrazione finanziaria) qualora la riscossione anticipata (rispetto al giudizio di condanna) possa causargli un danno grave e irreparabile dal pagamento di quanto richiesto con l’accertamento.  Infine, è sempre possibile chiedere a Equitalia, in caso di situazione di obiettiva difficoltà del contribuente, la ripartizione delle somme iscritte a ruolo fino a 72 rate mensili, ovviamente con maturazione di interessi nella misura del 4,5 per cento  annuo per la dilazione eventualmente concessa.  Mai come ora nei confronti delle persone che perdono molto tempo in consultazioni e leggine continue senza prendere decisione, in un contesto che invece richiederebbe rapide decisioni la locuzione latina sembra attagliarsi perfettamente la locuzione “Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur”.