Il Governo Monti e la politica estera: doppia figuraccia a stretto giro di posta

Gabriele Orsi Gio, 25/04/2013 - 10:20

MaròE per fortuna che con il Governo Monti la credibilità dell’Italia all’estero avrebbe dovuto impennarsi a livelli mai più conosciuti dai bei tempi andati di Sydney Sonnino. La vicenda dei fucilieri di Marina (scusate, ma chiamarli “marò”, anche se gergalmente corretto, mi sembra limitativo) dimostra chiaramente, se mai ce ne fosse bisogno, che in politica estera, salvo rare occasioni, il nostro paese conta come il due di bastoni quando briscola è denari. E con ogni probabilità non è nemmeno colpa del tal ministro (Terzi di Santagata non è certo il massimo, ne abbiamo avuti di migliori, ciononostante è un diplomatico d’esperienza) ma semplicemente della fredda e ineluttabile logica per cui al mondo si comanda o con la forza delle armi o con quella dei soldi, e spesso con quella di entrambi. Lo sanno bene gli Stati Uniti, che continuano a investire nel proprio apparato militare sebbene la Guerra Fredda sia finita da decenni, e le esigenze di politica internazionale molto cambiate, per non dover sottostare ai ricatti e alle pretese della Cina, vera padrona del debito sovrano a stelle e strisce. Il discorso tra Italia e India, forza militare a parte, è abbastanza simile: l’India è una potenza economica ormai molto più che emergente, con forti investimenti in Italia e nel resto dell’Unione Europea (che naturalmente nella querelle non ha voluto mettere becco) ed è anche, quando vuole, un ottimo cliente delle nostre aziende, come dimostra l’ansia improvvisa che ha investito l’economia italiana quando, usando a pretesto lo scandalo che coinvolgeva il presidente Giuseppe Orsi (non è un mio parente, preciso), Nuova Dehli rimise in discussione l’acquisto di una consistente partita di elicotteri militari Agusta. L’errore vero della diplomazia italiana, se vogliamo, è all’origine di tutta la vicenda: l’aver consentito alla Enrica Lexie di attraccare in porto nelle acque territoriali indiane e poi l’aver consentito che la polizia indiana salisse su una nave battente bandiera italiana – ovvero in territorio italiano – senza un mandato preciso per poi arrestare i due fucilieri di Marina una volta che si trovava a bordo. Un po’ come se un commando di agenti indiani fosse piombato in piazza a Bologna senza autorizzazioni né mandati di estradizione e avesse arrestato due cittadini italiani così, su due piedi. Una volta fatta la frittata, che si poteva fare? Mandare un commando a liberare i nostri due militari un po’ come tentarono di fare gli americani nel 1979 con gli ostaggi all’ambasciata di Teheran? Suvvia, siamo nella vita reale e non in un film di Chuck Norris. Espellere tutti i cittadini indiani residenti in Italia? Irrealistico anche questo, fattibile se fossimo in un regime dittatoriale. E grazie al cielo non lo siamo. Rompere le relazioni diplomatiche con l’India? E poi chi glielo va a raccontare alle aziende nostrane ed europee della fine che vanno a fare i loro contratti con le aziende e le Istituzioni indiane? Per non parlare delle imprese italiane di proprietà indiana, come ad esempio la Thompson di Anagni, rilevata anni fa per la produzione di tubi catodici che ancora sono indispensabili per le antiquate tivù sparse tra Bombay e Calcutta. E anche l’idea di non rimandare indietro Latorre e Girone dopo la scadenza della licenza elettorale era una soluzione peggiore del problema, peggio la toppa del buco si diceva una volta: avrebbe sicuramente scatenato un vespaio (e difatti è quello che è successo) e dava del nostro paese la solita immagine della banda dei furbetti, che non tengono fede alla parola data e alla prima occasione tentano di farla in barba al mondo intero. Una prima figuraccia di tolla, alla quale, dopo una settimana di cancan diplomatico con il nostro ambasciatore letteralmente preso in ostaggio, si è puntualmente aggiunta la seconda, con i nostri fucilieri rimandati indietro quasi fossero pacchi postali. Parola infranta con gli indiani in prima battuta e infranta con Latorre e Girone in seconda: niente male per un Governo che faceva della serietà la propria bandiera. Ora non ci resta che incrociare le dita e sperare che gli indiani, che al di là dell’arroganza dimostrata hanno fama di essere gente seria e fedele alla parola data, si limitino a una condanna simbolica per soddisfare l’opinione pubblica domestica anziché mettere i nostri due militari a cuocere in un forno tandoori. E per il futuro, messaggio per il prossimo ministro degli Esteri chiunque esso sia, magari un po’ più di prontezza nel reagire di fronte a situazioni del genere non guasterebbe.