Il Segretario Generale della Fismic Confsal Roberto Di Maulo commenta l’analisi di Bankitalia

Rosalino Bove Mar, 06/08/2013 - 00:51

Pressione fiscale opprimente, burocrazia eccessiva, ricerca e sviluppo scarsi, costi dell’energia elevati, criminalità organizzata troppo diffusa e presente, certezza del diritto «incerta».  Sono alcune tra le cause principali che opprimono l’industria manifatturiera italiana e che non le permettono pertanto di contrastare con efficacia la pesante crisi che da alcuni anni sta attraversando tutto il sistema imprenditoriale europeo.  È quanto emerge, in sintesi, da una relazione del Centro studi di Bankitalia, reso noto alcuni giorni fa. «Il sistema industriale italiano tra globalizzazione e crisi» (questo il titolo dello studio) analizza con freddezza e obiettività l’attuale situazione economica dell’industria del nostro paese.  Una sorta di check-in dello stato di salute della nostra economia.  Il «quadro clinico» che ne esce è allarmante e viene definito come un «quadro di diffusa debolezza».  Ecco, di fronte a questa analisi, non certo di parte, come si pongono i sindacati? Quali potrebbero essere le soluzioni o, meglio, i rimedi? Ne parliamo con il segretario generale della Fismic (il sindacato autonomo dei metalmeccanici) Roberto Di Maulo.

Segretario, è condivisibile il rapporto di Bankitalia?  << Assolutamente sì. Uno dei dati più preoccupanti, tra gli altri, riportati dallo studio è il declino tra il 50 e il 70% dei settori tessile e calzaturiero raffrontato con il 1995. Nella relazione inoltre viene anche messo in rilievo che tra i mali che attanagliano la nostra industria, la pressione fiscale è al primo posto, con la più alta incidenza dell’aliquota fiscale sui redditi di società.  Il cosiddetto «cuneo fiscale», che incombe sulle attività produttive del paese, stritola le retribuzioni, impedisce il dispiegarsi di opportunità occupazionali. La pressione fiscale in Italia è superiore di 2,5 punti percentuali ai paesi dell’area dell’euro.  Considerando anche l’Irap l’aliquota legale sui redditi delle società è più alta di 5 punti. Lo stesso vale per il «cuneo fiscale», che è il vero nodo del costo del lavoro. La controprova? Secondo il rapporto di Bankitalia, la retribuzione netta di un lavoratore medio celibe nel 2011 in Italia era inferiore del 15% rispetto al Belgio e alla Francia, di circa il 20% rispetto all’Austria e di poco più del 30% rispetto alla Germania.  Non a caso la Fismic da tempo conduce una battaglia proprio per l’abolizione del cuneo fiscale, privilegiando per gli aumenti retributivi gli accordi aziendali legando a crescita di produttività quella dei salari, ottenendo in questo modo defiscalizzazione e decontribuzione, invece di aumenti dei minimi nei Ccnl, molto costosi per l’impresa e poco redditizi per il lavoratore al netto, dopo la mannaia operata dal fisco. >>  Nel rapporto del Centro studi della Banca d’Italia si parla anche di una scarsa certezza del diritto.  << Anche su questo concordiamo pienamente.  E vorrei sottolineare che sono due gli aspetti principali, tra loro connessi, di questo problema: i tempi eccessivi della giustizia civile insieme con la mancanza di uniformità di giudizio dovuta all’eccessivo potere discrezionale della magistratura. E, in questo caso, mi riferisco a un episodio relativamente recente: la sentenza della Corte costituzionale in merito all’articolo 19 della legge 300 che ha rovesciato numerosi pronunciamenti di segno opposto che la stessa Corte aveva emesso in precedenti ricorsi. >>  Una sentenza che l’ha sorpresa?  << Certo. La sentenza della Corte (di cui aspettiamo con ansia di leggere il dispositivo completo) sostanzialmente decreta la non costituzionalità dell’art. 19 dello Statuto dei lavoratori, facendo venire meno con un colpo di spugna oltre 20 anni di relazioni sindacali che erano basate su quella norma, che derivava da una correzione imposta da un referendum popolare.  Ed è proprio su questo che si basa la critica contenuta nello studio di Bankitalia: senza certezza delle regole difficilmente il nostro paese potrà attrarre investimenti dall’estero, ma sarà anche complicato mantenere gli industriali italiani nel nostro paese. >>  Recentemente sull’argomento è intervenuto anche l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne…  << E a questo punto bisogna fare chiarezza, intervenga il governo sull’articolo 19. Perché grazie alla Fiom, ai suoi numerosi ricorsi in tribunale e alla sua ottusa guerra di religione intrapresa contro la Fiat e contro gli accordi realizzati dalla maggioranza dei sindacati, i numeri dell’occupazione del nostro Paese scenderanno ancora e i nostri giovani stenteranno a trovare lavoro, nonostante i lodevoli incentivi all’occupazione giovanile promossi dall’attuale governo. >>  Un’altra nota dolente è rappresentata dal costo dell’energia.  << Anche in questo caso la Fismic è stato il primo sindacato che in passato ha sollevato questo problema.  Se si pensa che i costi sostenuti dalle aziende per gli acquisti di energia elettrica, che costituiscono oltre la metà delle spese energetiche delle imprese industriali, sono superiori di circa il 30% rispetto alle loro concorrenti europee ci si rende conto di come sia poco attraente il nostro paese per gli investitori stranieri. >>  Però lo studio sottolinea anche qualche carenza a livello di imprese.

<< Sì e la relazione lo sottolinea laddove dice che il declino non è irreversibile, ancorché siamo di fronte alla più grave crisi dalla fine della seconda guerra mondiale, purché le imprese sappiano trasformarsi. Ed è vero, c’è qualche colpa anche sul fronte industriale e anche in termini di innovazione di prodotto in quanto ci sono «debolezze dal lato dell’offerta». Dunque innovazione, efficienza produttiva, ma anche qualità del prodotto finito. Ci sono poi nodi storici, interni al settore industriale: la bassa capitalizzazione, la dimensione microscopica, lo scarso ricorso al mercato, la proprietà ancora troppo familiare. L’appello ad un intervento, a questo punto è chiaro. «La politica economica non può non riservare una particolare attenzione al settore industriale», viene scritto nel rapporto. Ma non con sussidi vecchia maniera. Bisogna agire sui costi delle imprese: dall’energia alla pressione fiscale, in particolare sul costo del lavoro. E, per quanto riguarda gli interventi di aiuto, è necessario agevolare le start up innovative, la ricerca, lo sviluppo e l’internazionalizzazione. Dalla crisi si può e si deve uscire, al più presto. >>  Esistono delle ricette, delle strade?  << Sarei tentato di suggerire delle banalità, ovvero di darsi da fare, sapendo che Einstein descrive la crisi come momento di opportunità. Ma, uscendo dal generico, mi sento di sottoscrivere la formula che Marchionne ha pensato per evitare il tracollo di Fiat Auto e che in un recente convegno gli industriali hanno ripreso: puntare alle nicchie e all’alto di gamma, il mercato del lusso non solo non si è contratto in questi anni, ma continua a progredire, basti vedere il successo di Ferrari, Maserati, Bmw, Audi, Porsche, della stessa 500, ecc. solo per rimanere al settore automobilistico.  L’Italia ha una straordinaria tradizione nel design e nella creazione di nuove soluzioni in tutti i settori, ed è lì che bisogna puntare per salvaguardare il nostro sistema manifatturiero dalla crisi e creare nuove opportunità di lavoro non solo per l’industria, ma anche per il turismo, il commercio, l’agricoltura, l’istruzione.  Serve un diverso approccio alle problematiche da parte di tutti, una rivoluzione culturale, ma è proprio nei momenti di crisi che bisogna osare ed essere intraprendenti. >>