IL TERZO GONG: Arnoldo Foà ci ha lasciati

Francesco Siino Dom, 16/02/2014 - 21:25

Pareva non dovesse arrivare mai, ma dopo centinaia di doppi gong che avvertivano l’inizio del secondo tempo, è arrivato il terzo gong, quello fatale che ha annunciato la fine di tutto… Stiamo parlando della triste dipartita di un grande del cinema e del teatro italiano: Arnoldo Foà. Abbiamo perso anche Lui. L’11 gennaio scorso. Poco meno di cento anni, poco più di cento film. Ma non era solo il cinema il suo “habitat”.  È stato soprattutto un uomo di teatro. E se ha avuto, inoltre, i meritati spazi nell’allora nascente televisione è stato perché quel nuovo tipo di intrattenimento (iniziato peraltro sessant’anni fa esatti) ha “assunto” i migliori del cinema e del teatro del momento per iniziare il suo percorso.  E Foà ha onorato magnificamente anche questi nuovi compiti.  Debuttò in TV con le sue interpretazioni di Piccole donne, Capitan Fracassa, L'isola del tesoro, capolavori televisivi degli anni ’50 e con Il Giornalino di Gian Burrasca degli anni ‘60. Proseguì con raffinate recitazioni di brani di grandi autori e se il suo vocione autorevole e suadente rimbomba ancora nelle nostre orecchie, la sua mimica e i suoi tratti si imbattono ancora nei nostri occhi. Celeberrima l’interpretazione de “Il Lamento per la morte di Ignacio Mejias” di Garcia Lorca, del cui disco vendette ben un milione di copie e di “Alle cinque della sera” dello stesso autore. Ma fu “fine dicitore” di innumerevoli classici della poesia. Da Leopardi a Carducci, da Lucrezio a Dante, spianando la strada al buon prodotto televisivo venduto oggi da nuovi e più moderni declamatori. Insieme ad Alberto Lupo ed all’altro grande del Teatro, suo quasi omonimo, Quello senza la “A” finale (il Premio Nobel Fo), ha costituito il piedistallo della cultura televisiva italiana degli anni ‘50/’70. Come tutti gli artisti non mancò di ecletticità riuscendo ad esprimersi egregiamente anche nella pittura, nella scultura, nella composizione letteraria in particolare nella sceneggiatura. Fu regista in “La Pace” di Aristofane,” Il Pipistrello” di Strauss e l’”Otello” di Verdi, per citare alcuni lavori, ma spesso lo fu di se stesso come in “Signori Buonasera”, e in “La corda a tre capi”. Scrisse poesie, aforismi e pubblicò vari libri tra cui “I miei primi sessant’anni di teatro” e “Autobiografia di un artista burbero”. Esordì nel cinema (nel ’38) con una parte in Ettore Fieramosca affidatagli da Alessandro Blasetti e recitò ne “Il Testimone” di Pietro Germi nel ’45. Tra le altre partecipazioni cinematografiche “Il brigante Musolino” di Camerini, Il Tradimento, il Cardinale Lambertini, “Borsalino”, “Cento giorni a Palermo” di Giuseppe Ferrara nell’84 e, tra gli ultimi  “Ombre Rosse e “Ce n’è per tutti” del 2009. Nel 2004 ha vinto il Nastro d'Argento come miglior attore non protagonista in Gente di Roma di Ettore Scola. Ma fu il Teatro la sua vera casa. Come attore teatrale, infatti, lavorò con Visconti, Ronconi e Strehler e fece parte delle compagnie più affermate dei suoi tempi come quelle capitanate da Ave Ninchi, Gino Cervi e Paolo Stoppa. Eccelse in “La brava gente” di Irwin Shaw, “Delitto e castigo” di Visconti,Ma non è una cosa seria” con Andreina Pagnani, “La stanza degli ospiti” con Lea Padovani e, negli anni ottanta in “Fiorenza “ di Thomas Mann. La sua voce fluida gli consentì di impegnarsi anche nel doppiaggio prestandola tra gli altri, ad attori del calibro di Antony Quinn (La Strada di Fellini), Toshiro Mifune (Rashomon) John Wayne (Le ali delle aquile) e Peter Ustinov (Quo Vadis?). Ebbe anche Lui la debolezza di “buttarsi in politica” e per via del suo carattere intransigente nei confronti di certo potere militò nelle file del Partito Radicale.  Da Ferrara, dove nacque il 26 gennaio 1916, i suoi studi presero la strada verso sud: Firenze prima e Roma poi, dove studiò al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ma Ferrara rimase sempre e per sempre il suo più grande amore. In occasione del terremoto telefonò personalmente al Sindaco Tagliani per dirgli che “era vicino alla città”. Non ha mai perso l’occasione di lavorare nella Città Estense. E’ andato in scena più volte anche a Codigoro. Un emiliano che, nonostante il lungo distacco, ha sempre amato la sua terra. Indignato dai problemi che gli procurò il fisco italiano espatriò, per un certo periodo, nelle Seycelles (potessimo farlo anche noi… ora!). Quattro matrimoni di cui l’ultimo a quasi novant’anni con una gentil donzella (Anna Procaccini) di ben quarantotto più giovane di lui (potessimo farlo anche noi…ora!). Ebreo, s’inventava tutte le possibilità di sfuggire alle rigorose leggi razziali, cambiando città, abiti, nome (avessero potuto farlo tutti gli ebrei… allora). Spirito libero, scherzava con tutti e su tutto ma principalmente su se stesso. Chissà quale burloneria gli è passata dalla mente, quasi centenne, in quell’istante del terzo gong! Ciao Arnoldo…