Intervista a Paolo Pagliaro Presidente del Movimento Regione Salento

Rosalino Bove Mar, 01/10/2013 - 15:48

Presidente Pagliaro, quando ha maturato la necessità di rivedere l’assetto del territorio nazionale con la relativa rideterminazione delle Regioni?

È dal 2008 che immagino uno Stato più snello, dinamico, senza enti inutili, e con una diversa definizione. Guardando le altre esperienze europee e confrontandole con il sistema italiano, mi sono convinto della bontà di questa idea. L’Italia è un Paese vecchio che negli anni e a causa di una politica per nulla lungimirante, si è annidato in una serie di Enti e carrozzoni, agenzie e consorzi, che ne hanno paralizzato il funzionamento. Abbiamo una macchina pubblica tra le più costose in Europa, ma anche tra le meno efficienti. Il neo Regionalismo è un percorso verso il futuro: abolire le Province e tutti gli Enti che non servono allo Stato, creare più Regioni in grado di rispondere alle esigenze dei territori con efficienza e determinazione, vuol dire dare al Paese una seconda chance.  Dal 2008, assieme alle ovvie critiche, ho ricevuto numerose ed autorevoli opinioni positive, come quella della Società Geografica Italiana che si è spinta ad immaginare 36 nuovi Enti Regionali. I cittadini sono oberati dalle tasse e non vedono alcuna corrispondenza tra i sacrifici loro richiesti e i servizi offerti dallo Stato. Ecco, questo progetto mira proprio al miglioramento dei servizi con un notevole ridimensionamento dei costi.  Se siamo un Paese moderno, è ora

di dimostrarlo senza paura di superare forme vecchie incapaci di governare una società che ha bisogno di risposte concrete. Anche per questo ho deciso di condividere la battaglia di innovazione e modernizzazione portata avanti dal Mir, dal presidente Gianpiero Samorì e dal coordinatore nazionale Gerardo Meridio: mi sento finalmente in ottima compagnia di coloro che, come me, hanno voglia di spingersi avanti con il coraggio delle buone idee per rendere il nostro Paese all'altezza del trend europeo. In questo percorso, ho la fortuna di incontrare la massima condivisione del progetto e l'instancabile impegno del sottosegretario Walter Ferrazza, che con entusiasmo e serietà sta indicando una direzione virtuosa che potrebbe fare del nostro Stato una risorsa per i cittadini, e non più un apparato oneroso e stanco.

Quanto costerebbe ai cittadini una operazione del genere e in quanto tempo il progetto si riuscirebbe a realizzare?

Giusto, parliamo di costi. Viviamo nell’epoca grillina degli scontrini per le spesucce, perché forse fa meno male che guardare ai miliardi spesi per il funzionamento di una macchina statale che per giunta non produce più risultati. Oggi è come se ci fosse un’emorragia di danaro pubblico che si perde per la sopravvivenza dei vari Enti, la maggior parte dei quali inutili, senza che ci sia un tornaconto in termini di servizi.  Abolendo quindi, questi organismi, costituendo le nuove ed efficienti Regioni, si stima un risparmio di quasi il 50% delle risorse impiegate oggi. Ma soprattutto – è bene sottolinearlo - non si parla solo di risparmio, sebbene sia fondamentale, ma anche di guadagno: uno Stato che funziona e funziona bene non può che produrre, oltre che servizi migliori, una maggiore ricchezza per tutti. Per quanto concerne il costo della riforma, posso dire serenamente che sia a costo zero.  Questo perché i costi maggiori potrebbero essere, come è noto, quelli relativi al personale, ma qui non si tratta di aggiungere nuovi enti a quelli esistenti, ma di riorganizzare l’esistente. Perciò, per esempio, il personale impiegato nelle Province potrebbe essere spostato nelle strutture regionali o in quelle comunali. Una riforma a costo zero, insomma. I tempi? Quelli dipendono e dipenderanno, come sempre, dalla reale volontà politica di portare a termine questo progetto. Noi speriamo brevi, volendo si può. 

Quali vantaggi economici avrebbero le Regioni e conseguentemente i cittadini?

I vantaggi sono davvero tanti. Per quanto riguarda i cittadini, avrebbero istituzioni locali in grado di rispondere al meglio alle esigenze delle comunità, con una maggiore razionalizzazione delle risorse pubbliche. La vera rivoluzione partirebbe proprio dai servizi, che verrebbero pensati con più criterio su aree più vaste di quelle attuali, che molto spesso sono quelle dei Comuni. Più servizi e di qualità a costi più bassi e quindi meno tasse. I nuovi Enti Regionali poi, avrebbero più poteri: nel corso di queste settimane stiamo valutando, per esempio, l’ipotesi di Regioni a statuto speciale, il che garantirebbe massima autonomia ed efficienza nella gestione amministrativa del territorio senza incappare, come avviene oggi, nei tanti nodi di una burocrazia costruita su mille strati diversi, ovviamente inutili.

Nella storia, sicuramente, l’Italia ha avuto divisioni territoriali diverse. Tutto ciò non aumenterebbe il campanilismo tra il popolo?

Il particolarismo storico e culturale è certamente una costante, una vocazione tutta italiana che ha determinato non poche divisioni. Tuttavia, la vera ricchezza del nostro Paese è proprio la sua diversità, la pluralità intesa come valore e non come elemento divisorio. Non ci dimentichiamo di quanto il turismo nostrano, per esempio, tragga la sua linfa vitale dai mille volti di un territorio che ha molto da offrire. Le caratteristiche peculiari di ogni angolo del Paese –dagli usi e costumi, all’enogastronomia e all’arte- esercitano un’attrazione fortissima per il turismo qualificato e non. Noi proponiamo l’esaltazione positiva delle diversità per valorizzarle e metterle a servizio di tutti. Per farlo però, è necessario ripensare alla nostra organizzazione amministrativa, renderla effettivamente più vicina al territorio rappresentato anche e soprattutto per migliorare i servizi offerti. Un Paese con più Enti Regionali è un Paese in grado di promuoversi con maggiore specificità, e dunque successo, anche perché ogni territorio riesce così ad offrire servizi più efficienti e moderni. Il che non vuol dire quindi, svilire un senso di unità nazionale, ma va inteso invece come strumento per  il progresso comune.

Con quali criteri socio-economici dovrebbero essere rideterminate le Regioni?

L’Italia è un Paese costruito su una serie di Enti inutili che si sono moltiplicati negli anni, un poltronificio che si è spesso giustificato proprio con la scusa di avvicinare le istituzioni ai territori. Un esperimento decisamente fallito, dal momento che si moltiplicavano gli Enti intermedi (le cui competenze spesso si aggiungono a quelle delle Regioni, di altri enti o società controllate) senza tener conto delle specificità dei territori. Il nostro progetto invece, guarda a 30-36 dipartimenti regionali con effettiva capacità rappresentativa, rispettando le piattaforme geo- economiche, la cultura e i tratti identitari delle aree da considerare.

Sappiamo quanto lei sia legato alla sua terra, il Salento. Quali vantaggi avrebbe il suo amato territorio?

I vantaggi per il mio Salento sarebbero incommensurabili. Innanzitutto, la mia è una terra orgogliosa e innamorata della sua identità storico-culturale che finalmente avrebbe ampio respiro. Ma i vantaggi sarebbero soprattutto economici: il Salento offre un panorama turistico di altissimo livello, la cui promozione a livello internazionale sarebbe certamente agevolata per la sua specificità.  Come per le altre nuove Regioni poi, i servizi sarebbero più efficienti e adeguati alla vastità del territorio, il che migliorerebbe la qualità della vita dei cittadini ma anche della nostra struttura turistica. Per i salentini come me è una questione di primo ordine: siamo un territorio che vuole vedere riconosciuta la sua identità anche sul  piano amministrativo. Il nostro sogno, un Salento inserito e proiettato, al pari del resto d’Italia, nel panorama moderno europeo.

Paradossalmente, la sua è una lotta uguale all’ideologia che ha portato la Lega alla ribalta della politica nazionale?

Bella domanda. La Lega è un partito discusso e per certi versi discutibile, ma fa davvero politica, battendosi da anni per questioni molto care al suo elettorato. Perciò, con un patto di fedeltà con gli elettori del Nord che credono nel federalismo per ragioni soprattutto economiche. La nostra è una battaglia un po’ diversa. Le radici della nostra proposta stanno nella necessità di demolire e ricostruire una macchina statale che non funziona più, abolendo gli enti inutili come le Province ed istituendone di nuovi in grado di modernizzare il Paese.  Di qui poi, l’esigenza di stabilire i criteri da seguire per il riordino territoriale che fanno emergere richieste forti di territori che, come il Salento, rivendicano il proprio spazio all’interno degli assetti istituzionali. Quindi, direi proprio di no. La Lega guarda al Nord, noi all’interesse dell’Italia intera.

Paolo Pagliaro, Consigliere del Sottosegretario di Stato Walter Ferrazza con delega alle riforme Costituzionali, Regionalismo e Federalismo