L’ALTRA STORIA

Angela Piscitelli Ven, 23/08/2013 - 21:52

Cor­reva il secolo ven­te­simo e Benito Mus­so­lini perse la guerra. Dei vinti si dice tutto il male pos­si­bile, ma se la scon­fitta riguarda alcuni milioni di terzi, le con­se­guenze sono gravi e per­si­stenti nel tempo. Fu l’unico, dopo qual­che impe­ra­tore romano — ma era un’altra sto­ria — a costruire una certa unità d’Italia, pit­to­re­sca, certo, un po’ ridi­cola a poste­riori — per­chè gli stili dell’Istituto Luce sono fuori moda — ma auten­tica. L’America ci tirò fuori dagli impacci e poi pre­sentò il conto: stiamo ancora pagando. Il metodo da noi, quando fà comodo, si chiama “mafioso”: uno ti fa un favore e poi ti tiene in pugno tutta la vita.

Comin­ciò la guerra civile, che non è mai finita. Scom­parsi i liberi pen­sa­tori — che sono da schiac­ciare sem­pre: guai a lasciarne uno in cir­co­la­zione! — i demo­cri­stiani ed i comu­ni­sti si die­dero da fare per gover­nare il pro­tet­to­rato senza fastidi e senza rivali. La prima cosa da fare — e fu fatta — era di demo­lire il senso della Nazione. Così si distrusse la scuola, la cul­tura e la memo­ria. Volete un esem­pio? Il sito di Liter­num, esi­lio aprico di Sci­pione l’Africano che il grande Maiuri aveva inve­sti­gato con pas­sione, fu get­tato al dimen­ti­ca­toio e Maiuri stesso, nell’ultima parte della sua vita, fu oggetto come tutti gli uomini di valore, di mal­di­cenza, ritor­sioni e puni­zioni. La spe­cu­la­zione edi­li­zia e le camorre ser­vono anche a que­sto: meglio vil­lette abu­sive che patriot­ti­smo scol­pito nelle anti­che architetture.

Tutto filò per un po’ di tempo, abba­stanza da pro­vo­care danni ingenti e semi­nare igno­ranza e ziz­za­nia. Poi arrivò un tale — si chia­mava Bet­tino Craxi — alto, deter­mi­nato e con un carat­te­rac­cio: un Patriota. Panico tra demo­cri­stiani e comu­ni­sti. L’outsider par­lava un lin­guag­gio sov­ver­sivo, discet­tava di riforme, met­teva lo stra­niero al posto suo, quando occor­reva: “qui coman­diamo noi: arri­ve­derci e grazie”.

Que­sto qui biso­gna ammaz­zarlo”. Ci misero un po’ di tempo: il gigante si divin­co­lava, ma alla fine le 44 pugna­late arri­va­rono pure per lui. Oltreo­ceano ave­vano adde­strato un gaglioffo zotico che sarebbe ser­vito da cavallo di Troia per rimet­tere in sella i cat­to­co­mu­ni­sti. E così fu. Quel ger­mo­glio di nazione che stava rina­scendo dopo tanto diser­bante fu reciso di netto. Rossi e bian­chi brin­da­vano: “sta­volta non ci frega più nes­suno”. In più si erano orga­niz­zati l’esercito, l’armata delle toghe rosse, che da allora restò a pre­si­diare gli occu­pati in ser­vi­zio per­ma­nente effet­tivo. Tutti i posti chiave — alti fun­zio­nari, istru­zione, cul­tura, carta stam­pata, tele­vi­sione furono spar­titi con cura. La con­se­gna era: “diamo al popolo bue un pre­te­sto qua­lun­que per­chè non ces­sino di scan­narsi mai: nord, sud, destra, sini­stra, Bobby Solo, Patty Pravo: qua­lun­que cosa pur­chè non si ricor­dino mai che sono tutti Ita­liani ed hanno molti inte­ressi in comune”. Infatti, ci avete fatto caso? Non risulta che sotto il fasci­smo ci fos­sero leghi­sti o bor­bo­nici, tanto per fare un esempio.

Manco ave­vano finito di tra­can­nare il calice di spu­mante for­nito dalle coop rosse, che spuntò nel prato mal­con­cio della poli­tica tal Sil­vio Ber­lu­sconi. Bas­sino — ma la sta­tura non è tutto — però pure lui con una volontà d’acciaio ed una fan­ta­sia pre­oc­cu­pante. “Forza, Ita­lia!” Cantò lo scia­gu­rato. E l’Italia rispose. Nulla è più rivo­lu­zio­na­rio dell’allegria che irrompe in un mondo gri­gio, scon­tato, depres­soide. Venne, vide e vinse creando accoz­za­glie impro­ba­bili, pastic­ciando, rime­sco­lando le carte, ma vinse. Da Aosta a Cani­cattì lo scon­quasso fu grave. Stai a vedere che sta­volta si fa l’Italia? Quello lì riu­sciva a por­tare in piazza le vec­chiette, le mamme con car­roz­zini e bibe­rons, le mona­chine, i ven­di­tori di pal­lon­cini, spil­lette, magliette, cap­pel­lini e il tri­co­lore sven­to­lante su tutto: Italia!

ArciI­ta­lia­nis­si­mis­simo, risve­gliava in troppi il son­nac­chioso Ita­liano dimen­ti­cato. Difetti a biz­zeffe: otti­mi­sta (Cava­liere: e il pes­si­mi­smo della ragione se lo era scor­dato?), naif (l’amore vince sem­pre sull’odio? Ma quando mai!) e non pro­prio di buon gusto (tra­pianto dei capelli: un po’ puak, e il ritratto di fami­glia ad Arcore e una c…a paz­ze­sca) e poi pronto a fidarsi di tutti, per­fino di Frat­tini e di tanti altri col cognome dimi­nu­tivo. E fu per que­sta ragione che nei posti chiave del movi­mento si infil­tra­rono le quinte colonne pronte a sfer­rare l’attacco. Vent’anni di guerra fredda, anzi gelida. Cat­to­rossi sca­te­nati, toghe in assetto bel­lico con migliaia di testi­moni com­prati, finti pen­titi, pre­fetti, put­ta­nelle in cerca d’autore, trom­bati sto­rici, pen­na­ioli d’accatto, utili anal­fa­beti e chi più ne ha più ne metta: tutta gente che in un paese civile sta­rebbe tran­quil­la­mente nelle Patrie galere (ma le nostre galere non sono Patrie). Poi come al solito, la zampa stra­niera: lo chia­ma­rono spread, arma di distru­zione di massa. E il Cava­liere, che non è Craxi, disse ancora una volta “obbe­di­sco”. Le più grosse smar­ron­nate le fece pen­sando di obbe­dire alla Patria (Ghed­dafi tra tutte) ed invece obbe­diva ai suoi nemici. Bian­ca­neve sarebbe stata più attenta: lui di mele avve­le­nate ne ha man­giate un quintale.

L’ultima spe­ranza d’Italia s’infranse su un Espo­sito qua­lun­que, illet­te­rato fur­ba­stro di un ente inu­tile chia­mato Cas­sa­zione. Gli Indi­geni — che non pos­siamo più chia­mare Ita­liani — con­ti­nua­rono a scan­narsi tra di loro, odian­dosi sui social net­work, che le botte fanno male. Non si sa bene se si estin­sero per inva­sione, care­stia, bol­dri­ni­smo acuto o per noia. Cor­reva l’anno 2013.

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