La botola e il chiavistello

Angela Piscitelli Dom, 29/09/2013 - 20:22

(tratto da www.zonadifrontiera.org)

La botola.  Di sicuro nel pozzo nero della poli­tica ita­liana ci dev’essere una botola, visto che quando si crede di aver toc­cato il fondo: plùf­fete!, si fini­sce ancora più in giù.  L’Italia è patria di un solo cit­ta­dino, il compromesso: si vive nella cer­tezza — spesso fon­data — di tro­vare una via d’uscita sem­pre e comun­que per tirare a cam­pare senza che l’equilibrio si alteri gran­ché.  Ma oggi “quel pastic­ciac­cio brutto” della condanna del Cav incombe come il maci­gno di Tan­talo sulla zucca di tutti gli oli­gar­chi, monarca com­preso (mi è venuto in mente lui, per­ché era un semi-dio, ed anche un bel pezzo di merda).  L’omo, nono­stante le zie mona­che e gli zii-letta, è tosto di suo, la gra­zia non vor­rebbe chie­derla.  Gra­zia “de che?” Gra­zia per aver subito vent’anni di per­se­cu­zione giu­di­zia­ria, per aver sop­por­tato l’impunità e la san­ti­fi­ca­zione di tutti gli altri (De Bene­detti in pri­mis), per aver vinto le ele­zioni ed essere stato pun­tual­mente disar­cio­nato da procure, piemme illet­te­rati al soldo di pro­te­ste stra­niere, utili idioti, finti alleati, con­tesse far­loc­che come le loro testi­mo­nianze, etc. etc. etc?  Lui, che senza tac­chi è un grande, che senza alfani è un crea­tivo imma­gina — non senza sod­di­sfa­zione — la gran­dio­sità del suo ince­dere final­mente in gat­ta­buia: li fot­te­rebbe tutti. L’aureola del mar­tire riful­ge­rebbe “in tra le sbarre”, il sole in tasca, fat­tosi a qua­dretti span­de­rebbe sui grigi oli­gar­chi bol­lenti strali inci­ne­ranti.  Il Car­cere diven­te­rebbe il san­tua­rio del più auto­re­vole credo berlusconiano: il Capo del popolo della libertà pri­vato della libertà come i grandi pen­sa­tori e dis­si­denti di tutti i regimi totalitari.  Il con­sesso di legu­lei che lo cir­conda non può non sapere che più che di gra­zia, dovrebbe trat­tarsi di indul­gen­tia ple­na­ria quo­ti­dianza per­pe­tua visto che sul nostro eroe gra­vano ancora alcune decine di pro­cessi e che la fan­ta­sia dege­ne­rata delle toghe rosse è pronta a sfor­narne uno al giorno — ma che dico: al minuto! — fin­ché sarà libero.  Tutti sem­brano volere la gra­zia: la fami­glia, la moglie, la figlia, l’esercito di Sil­vio (si è mai visto un eser­cito implo­rare pietà? L’esercito com­batte, perdincibaccobaccone!) gli alfani, gli schi­fani, e tutti que­gli uccel­laçi del malau­gu­rio che impro­pria­mente si dicono colombe.  Sof­fre Re Gior­gio al Qui­ri­nale: “Clioooooo! Cli’! manc’ stam­ma­tina è arri­vat nient? No! Aspè! Mo chiamm’ ‘nata vota a Gian­ni­letta: prondo! Giuvà! e chec­cazz nun staie cum­bi­nann nient! O ‘ssai ca vac e press!si chill va nga­lera po’ ce n’amma fui’ tutte quante, man­nac­ciattè!” Set­tem­bre, andiamo, è tempo di migrare, ma la sospi­rata richie­sta non arriva.  Non gli è bastato, per pararsi il poste­riore, la nomina dei magni­fici quat­tro per appron­tare un altro fan­toc­cio­bis di tar­tas­sa­tori ignavi: gra­zia con­tro abban­dono della poli­tica sarebbe il capo­la­voro del suo nuovo man­dato, l’apostrofo rosso tra le parole: “v’ho fot­tuti alla grande”.  Sap­pia­telo: que­sta è l’ultima par­tita.  La libertà e l’Italia (non ci può essere Ita­lia senza libertà) sono la posta in gioco.  Siamo in dit­ta­tura.  Ci coman­dano tutti: la finanza, le toghe e le potenze stra­niere.  I re tra­di­scono.  Quello che vedete è il male­detto “tea­trino” con i suoi burat­tini infingardi: i pupari sono altrove; e noi ad assi­stere diso­rien­tati a que­sta tra­gi­com­me­dia odiosa e feroce intinta nel più insulso buo­ni­smo.  Un tempo le città si fon­da­vano con un atto sim­bo­lico: il rito.  Sot­traeva al caos lo spa­zio della polis.  Per­ché si fermi que­sta baraonda sui­cida e si possa final­mente par­lare di Ita­lia, ci vuole un gesto forte che strappi la maschera a tutti gli ipo­criti.  Il Cav deve andare in car­cere.  Così noi saremo final­mente liberi di dichia­rarci pri­gio­nieri.  E tor­ne­remo a par­lare d’Italia come di mera­vi­gliosa cosa per­duta, ne sen­ti­remo la man­canza strug­gente, ne ricor­de­remo il pro­fumo, la musica, i cam­pa­nili, le Italiane e gli Ita­liani — quelli veri — tor­ne­ranno a com­bat­tere per ricon­qui­starla.  E forse, que­sta volta, vinceranno.