La concentrazione della ricchezza e i disagi della scuola

Carmela Blandini Dom, 16/02/2014 - 22:18

In Italia non si riesce in nessun modo a ridistribuire la ricchezza, non ci riesce la politica e non ci riesce nemmeno la scuola.  Il problema negli ultimi anni è diventato culturale oltre che sociale e per questo motivo il 50% della ricchezza del Paese rimane appannaggio di appena il 10% della popolazione. Questo dato, secondo me, ma anche secondo alcuni economisti, s’intreccia con il dilagare di quello che chiamiamo analfabetismo, un malanno “culturale” di cui soffre una larghissima fascia della popolazione italiana.  L’analfabetismo era stato “curato” nel dopoguerra con dosi massicce di scuola pubblica e obbligatoria e quello che si intendeva “sorpassare” era l’incomprensione della, e nella, comunicazione.  La conseguenza era stata che una gran parte della popolazione era passata dal non saper leggere e scrivere ad una accettabile e dignitosa preparazione alla comprensione, pur generalizzata, dei vari fenomeni culturali.   Negli ultimi venti anni però la scuola ha fatto marcia indietro, i motivi sono tantissimi e possiamo nominarne alcuni, ad esempio, pur alzando l’obbligo scolastico, sono diminuiti i controlli sulla dispersione scolastica che, per quanto sia estremamente attenzionata nella teoria, raramente tale attenzione trova riscontro nella realtà a causa della mancanza di mezzi.  Sicuramente la crisi economica ha avallato situazioni in cui la povertà delle famiglie ha influito fortemente sull’interruzione degli studi dei figli, ma altrettanto sicuramente la politica non ha aiutato le famiglie a mandare i giovani in una scuola pubblica nella quale, purtroppo, le risorse sono diminuite fino al limite del ridicolo.  A questo aggiungiamo le peculiarità assurde che la riforma “Gelmini” ha inflitto alla scuola e di conseguenza ai giovani: corsi scolastici troppo diversificati per formare da una parte una classe dirigente “classica” e dall’altra parte una formazione “professionale” che insegue l’immissione degli studenti nel mondo del lavoro con riferimenti specifici alla dislocazione territoriale dell’offerta.  A parte il fatto che, proprio a causa della crisi economica, la scuola legata all’offerta del territorio sta perdendo pezzi di grande importanza, le fabbriche chiudono e la fisionomia del lavoro cambia e in alcuni casi viene anche a mancare, questo tipo di scuola ha creato un problema culturale in quanto i programmi scolastici previsti per le scuole professionali sono programmi che mancano delle basi “avanzate” per costruire sia una personalità “acculturata” e sia per costruire una futura professionalità lavorativa spendibile in altro campo.  In sintesi possiamo dire che i programmi sono stati talmente ridotti da risultare pressoché “fantasiosi” a causa del numero di progetti che li sostituiscono a discapito dello studio.  Il risultato è che i nostri giovani bivaccano nella scuola per alcuni anni e soltanto pochissimi ne escono con competenze adeguate da spendere sia nella vita quotidiana che nel mondo del lavoro il quale, nel frattempo e per necessità, si apre verso altri Paesi.  In parole povere i nostri giovani non sono ben preparati perché la scuola italiana non è più pronta a garantire una base culturale adeguata a comprendere il significato del manuale di istruzioni del mondo del lavoro che è in grande cambiamento.  I nostri giovani raramente conoscono bene le lingue e raramente hanno nozioni di base per essere in grado di cambiare una prospettiva di vita che, in tanti casi, non sono riusciti nemmeno ad avviare.  La riforma scolastica ha lasciato questo enorme problema nelle mani degli stessi giovani, per cui soltanto chi ha avuto la fortuna di aver ascoltato veramente gli insegnanti che si sgolavano per dare cultura “oltre il limite dei programmi imposti”, chi è fornito di un talento o di una famiglia che è riuscita a sostenerlo in altro modo, va avanti.  Gli altri si “arrangiano”.   Prepararsi alla vita oggi ha un altro significato che riuscire a superare i test Invalsi, i giovani hanno bisogno di una scuola che dia a tutti quella “cultura delle parole” che ormai manca anche nella quotidianità, quella cultura che fa comprendere messaggi e che fa creare risposte “adeguate” e non con le crocette sui quadratini dei test.  L’ignoranza oggi è diffusa anche dalle tv e dai giornali, dove la lingua italiana è usata male e molto spesso sgrammaticata e le discussioni sono lunghe, oziose, pressoché inutili, mentre i titoli sono di effetto, ma molto fuorvianti. Perfino su internet, luogo magico e preferito dai giovani, la cultura è una scelta tra chi la cerca e chi troppo spesso preferisce ignorarla, anche perché, mancando di input, spesso non saprebbe cosa cercare.  Da tutto questo traggono vantaggio i figli delle persone ricche che frequentano le scuole private, dove però, e anche spesso, pasce l’ignoranza, ma che sono quelle più accreditate per sfornare giovani rampanti il cui nome di famiglia è già una garanzia di un bel futuro che scalzerà i meno abbienti, magari più meritevoli e talentuosi.  Un pensiero lo merita anche l’università dove, in Italia, la carriera è ormai preclusa a chi non ha le raccomandazioni necessarie, le risorse economiche necessarie, gli agganci personali necessari, tutte ragioni per cui aumentano i giovani che vanno a laurearsi nei paesi dell’Est, dove si viene ammessi con facilità e si spende molto meno.  Ho sollevato soltanto alcune delle mille questioni che ci sono, ancora, da discutere sulla scuola italiana che, fino a pochi anni fa, era indicata tra le migliori del mondo e che adesso è scaduta al punto da eliminare lo studio della Storia dell’Arte nei programmi degli istituti per il Turismo; questo mi sembra che spieghi già molto!  Il problema della mancanza di cultura e capacità dei nostri giovani, per cui l’Italia è precipitata in fondo a tutte le classifiche di merito rispetto agli altri paesi europei, non è un problema che ha colpe individuali, le colpe sono della politica che sopravvive da anni come un modello senza onestà e senza autorevolezza e di una società che ha lasciato nelle mani dei politici la vita dei propri figli.