Legge elettorale: un breve viaggio nella storia

Daniele De Maria Dom, 16/02/2014 - 21:34

(tratto da L’Arengo del Viaggiatore – www.arengo.info)

 

 

L’Italicum è al centro del dibattito politico: tra noia e interesse spasmodico, un po’ tutti ci sentiamo politologi ed esperti in sistemi elettorali. Le variabili sono talmente tante da dare l’opportunità ad ognuno di noi di avere un proprio modello e un’opinione in merito.  Ma come si è arrivati al modello Renzi/Berlusconi? Quale è il sistema elettorale migliore? E’ interessante inoltrarsi in una carrellata storica.  Nell’Antica Roma i membri del Senato, l’assemblea degli anziani, venivano nominati tra i patres gentium direttamente dal re. In età repubblicana l’assemblea era costituita da trecento membri a vita, introdotti nelle liste senatoriali dopo aver ricoperto cariche pubbliche (consoli, pretori, edili, tribuni, …) e quindi indirettamente eletti dal popolo.  Facendo un salto in avanti nel tempo, il Maggior Consiglio era il massimo organo politico della Repubblica di Venezia, la partecipazione era di diritto ereditario tra i membri delle famiglie patrizie. Al Consilium Sapientis si aggiungeva, tra i vari organi dello stato, il Consiglio dei Pregadi, con competenze in tema di politica estera (costituito da sessanta senatori eletti dal Maggior Consiglio e da 20-40 Senatori de Zonta).  Nel Granducato di Toscana (XIX Sec) esistevano due assemblee deliberanti, il Senato e il Consiglio Generale, che legiferavano collettivamente con il Granduca. Il Senato era composto “di senatori nominati a vita dal Granduca. Il loro ufficio è gratuito. Il loro numero non è limitato. Dovranno essi avere l’età di trent’anni compiti.” (art.24 Statuto del Granducato di Toscana). Il Consiglio Generale si componeva “di ottantasei Deputati eletti dai Collegi che saranno determinati per distretto dalla legge elettorale” (art.28).  Dal 1859 il Regno di Sardegna prima, Regno d’Italia poi, si dotò di un sistema maggioritario a doppio turno: nei collegi elettorali uninominali accedevano al ballottaggio i due candidati con più preferenze.  Il Governo Depretis approvò una nuova legge elettorale nel 1882: plurinominale di lista, da due a cinque deputati. Il sistema accrebbe però l’instabilità a causa di un’eccessiva frammentazione; la legge venne quindi emendata con il ripristino di collegi uninominali.  Nel 1912 il Governo Giolitti confermò un sistema maggioritario estendendo però il diritto di voto al 23.2% della popolazione (dal 7%).  Nel 1919 il Governo Orlando, su pressione dei Popolari e Socialisti, estese il diritto di voto a tutti i cittadini maschi di almeno 21 anni, con un sistema proporzionale a liste sia bloccate che con preferenze.  Nel 1923 fu approvata la Legge Acerbo, che favorì il dilagante successo del Partito Fascista l’anno successivo. In un collegio unico nazionale diviso in sedici circoscrizioni, la legge prevedeva un sistema proporzionale con premio di maggioranza: nel caso in cui una lista superasse a livello nazionale il 25% era previsto in premio i 2/3 dei seggi della Camera, eleggendo di fatto in un colpo solo tutti i candidati. Gli effetti furono drastici: la Lista Nazionale, o Listone, prese il 60% delle preferenze; inoltre i fascisti riuscirono a  conquistare ulteriori seggi del restante terzo a disposizione grazie a una lista civetta.  Nel 1946, sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale, fu promulgata la nuova legge elettorale proporzionale che sarebbe rimasta in vigore fino al 1993. In ognuna delle 32 circoscrizioni i partiti presentavano una lista di candidati: in base a un quoziente che determinava il numero di seggi per ciascuna lista, venivano eletti i candidati che avevano raggiunto il maggior numero di preferenze. Nel 1953 il Governo De Gasperi tentò di apportare alcune modifiche con la famigerata Legge Truffa: la legge 148/53 attribuiva un premio di maggioranza assegnando il 65% dei seggi alla lista o gruppo di liste collegate che avrebbe raggiunto il 50% più 1 delle preferenze. Dopo le forti proteste di numerose forze politiche, fallito il blitz nel giugno dello stesso anno da parte della DC e liste collegate (49.8%), la legge fu abrogata a luglio.  Tempi più recenti: è il 1993 e il nuovo sistema elettorale promosso da Sergio Mattarella, in seguito al referendum del 18 aprile, sancisce la fine della cosìdetta Prima Repubblica e l’inizio della Seconda, stravolgendo, insieme a Tangentopoli e alla fine del blocco sovietico, il panorama politico italiano. La legge prevede un sistema misto per Camera e Senato, composto da un maggioritario a turno unico per il 75% dei seggi, proporzionale con liste bloccate per il 25% alla Camera (con uno sbarramento al  4%), un recupero proporzionale attraverso lo scorporo al Senato.  Nel ’94  vince Berlusconi dando il via a un’epoca bipolare e di alternanza al governo tra Centro-destra e Centro-sinistra.  Ed è un governo di Centro-destra nel 2005 a superare il Mattarellum con il Porcellum, così chiamato dallo stesso relatore Roberto Calderoli: proporzionale con liste bloccate e premi di maggioranza su base nazionale per la Camera e su base regionale per il Senato.  Si arriva quindi al dicembre 2013 quando la Corte Costituzionale dichiara la legge illegittima, a causa dello sproporzionato premio di maggioranza, dando il via a un rimpallo tra le forze politiche per la definizione di una nuova legge.  Le opzioni e combinazioni sono tante. In sintesi non esiste una legge elettorale universalmente migliore di altre, ma ne esiste sempre una che meglio si adatta (o deforma) al (il) contesto politico.