Via libera al redditometro da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Francesco Leccese Mar, 01/10/2013 - 15:33

 

Il contribuente potrà fornire gli elementi di prova per contrastare le presunzioni semplici.

 

Per contrastare le presunzioni semplici da redditometro il Fisco concede ampio spazio agli elementi di prova forniti dal contribuente al fine di giustificare lo scostamento tra reddito dichiarato e capacità di spesa attribuita. Questi sono gli ultimi chiarimenti forniti dall'agenzia delle Entrate, con la circolare 24/E del 31 luglio 2013, dove è spiegato che le spese Istat non operano in fase di selezione ma intervengono solo in via residuale nella fase di contraddittorio quando non siano forniti chiarimenti esaustivi circa le spese certe, quelle per elementi certi, gli investimenti e la quota di risparmio dell'anno. Per superare la presunzione delle spese Istat saranno sufficienti evidenze e argomentazioni logicamente sostenibili anche se non supportate da documentazione. Il tema delle presunzioni in materia tributaria oltre ad aver riempito intere pagine di sentenze emesse da giudici di Commissioni Tributarie, si è rivelato argomento di particolare attualità in considerazione del fatto che in un momento in cui risulta politicamente improponibile un innalzamento delle aliquote d’imposta un forte ausilio alle sempre più voraci esigenze di cassa dell’erario viene dall’ampliamento delle basi imponibili realizzato, per l’appunto, tramite il meccanismo delle presunzioni. La tecnica normativa utilizzata è quella dell’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente di fatti che, facendo parte degli elementi costitutivi dell’obbligazione tributaria, dovrebbero altrimenti essere a carico dell’Amministrazione Finanziaria. La dimostrazione non è facile ed implica una preventiva analisi definitoria e metodologica, a meno di voler concludere che, essendo il diritto tributario delle imposte dirette una casistica, se il caso non è stato previsto non esiste nemmeno il problema, o con gioco di parole: « caso non previsto = caso chiuso ». Nel nostro sistema tributario vi sono numerose norme che ricorrono alle presunzioni sia semplici che legali. Appartiene alla categoria delle presunzioni semplici, ad esempio, la disciplina sugli studi di settore. La collocazione degli studi di settore nell’ambito dell’art. 39, comma 1, lett. d) del DPR n. 600/1973 che, come noto, fa riferimento alle presunzioni gravi, precise e concordanti nell’ambito dell’accertamento analitico-induttivo, ha portato la giurisprudenza e la dottrina maggioritaria ad affermare la loro natura di presunzioni semplici in grado di non operare automaticamente in fase di accertamento. La stessa Agenzia delle Entrate, che dapprima ha sostenuto la valenza di presunzione legale degli studi di settore, con la circolare n. 5/E del 23 gennaio 2008 è ritornata sui suoi passi affermando che gli studi di settore hanno valore di “presunzione semplice” e che, pertanto, gli Uffici sono chiamati a verificare di volta in volta “l’idoneità dello studio a cogliere l’effettiva situazione produttiva del contribuente”. Nell’ambito delle presunzioni legali ed in particolare delle presunzioni legali assolute rientrano alcune delle disposizioni dettate in materia di residenza fiscale. Ci si riferisce all’art. 2, comma 2, TUIR che per le persone fisiche sancisce che “ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile” e all’art. 73, comma 3, TUIR che per le persone giuridiche prevede che “ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le società e gli enti che per la maggior parte del periodo d’imposta hanno la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale nel territorio dello stato”. Tra le norme contenenti presunzioni legali relative per le quali è ammessa la prova contraria merita in primo luogo di essere annoverata la norma dettata in materia di accertamenti bancari. Gli ultimi interventi legislativi, ma anche alcune recenti prese di posizione della giurisprudenza di legittimità, hanno comportato un vero e proprio “scardinamento” della distinzione tra presunzioni semplici e presunzioni legali tramutando l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente da eccezione a regola del sistema tributario. Le presunzioni semplici sono quelle che di per sé sole non possono essere utilizzate dall’Amministrazione finanziaria per rettificare il reddito imponibile di un contribuente ma necessitano di essere corroborate da ulteriori elementi indiziari della presunta evasione. La prova contraria alle spese per elementi certi potrà consistere in fatti, situazioni e circostanze, supportate anche indirettamente da documentazione, da cui si possa riscontrare l'inesattezza o la diversa imputazione della spesa. Alle spese certe e a quelle per elementi certi vanno sommati anche gli investimenti patrimoniali sostenuti nell'anno: la prova contraria potrà riguardare la formazione della provvista e l'utilizzo della stessa per l'effettuazione dello specifico investimento. Non viene quindi richiesta l'indicazione della fonte reddituale da cui deriva la provvista né sono richieste documentazioni a riguardo. Infine il reddito sarà ricostruito tenuto anche conto del risparmio, o meglio della quota dello stesso formatasi nell'anno. Non si fa riferimento, neppure per il risparmio, a documentazione utile a vincere la presunzione. Se il contribuente non si presenta al contraddittorio a seguito del primo invito, l'Ufficio deve comunque considerare a fini reddituali anche la quota parte delle spese Istat attribuibile. L'attività di controllo si esaurisce nella prima fase del contraddittorio se il contribuente fornisce chiarimenti esaustivi. Al contrario, il contraddittorio verrà esteso anche alle spese Istat. Il contribuente potrà in questo caso utilizzare argomentazioni logiche a sostegno della diversa rappresentazione della situazione di fatto. Per assicurare economicità ed efficacia dell'azione amministrativa, gli Uffici dovranno considerare anche le evidenze e le argomentazioni in concreto rappresentate dal contribuente, logicamente sostenibili, anche se non supportate da documentazione. La persistenza di elementi di incertezza a seguito del contraddittorio, oppure anche la mancata presentazione del contribuente all'invito legittimano l'ufficio ad attivare indagini finanziarie e richieste di dati e notizie a soggetti terzi. Prende così avvio la seconda fase del contraddittorio con la trasmissione di un nuovo invito contenente la quantificazione di maggior reddito accertabile e maggiori imposte oltre che la proposta di adesione. Se da un lato è comprensibile, per esigenze di semplificazione della lotta all’evasione, specie nei confronti della miriade di piccole imprese che caratterizzano l’economia italiana, la scelta di onerare il contribuente della prova di non trovarsi nella situazione tipica della categoria a cui appartiene, c’è da auspicare che l’inversione dell’onere della prova non si traduca troppo spesso in un meccanismo perverso di creazione di erronee basi imponibili, in spregio ai principi costituzionali della giustizia fiscale. D’altro canto, se è da salutare positivamente l’introduzione di istituti di “compliance” che rendano più agevole la soluzione preventiva di potenziali divergenze tra fisco e contribuente nell’applicazione delle norme, lo strumento dell’interpello non può, a nostro avviso, tradursi in un ulteriore aggravio burocratico per le imprese a dispetto della tanto auspicata ma non realizzata esigenza di semplificazione.

I responsabili della politica tributaria hanno constatato che un ordinamento incentrato su concetti destinati a rivelarsi metafisici sul piano della pratica applicazione, quali ad esempio: la praesumptio juris tantum e ancor più la praesumptio facti, sono solo causa di pericolosi atti discrezionali della Amministrazione finanziaria e quand’anche l’attività di questa si svolga in piena correttezza, ingenera defatiganti contenziosi e valutazioni di prove di fatto con esiti incerti. Lo scopo dell’Amministrazione pubblica, per non usare riferimenti a uno Stato inteso in senso di vuoto idealismo, non può essere quello di realizzare una eguaglianza o una redistribuzione di ricchezza fra gli amministrati. Se così fosse non servirebbe una costosa e macchinosa Amministrazione finanziaria. Non può nemmeno essere un puro scopo economico di gestione di servizi finanziati da entrate procurate con la logica del ‘ricavo’ o con prelievi lontani da ogni senso di giustizia o proporzionalità (categoria nella quale dovrebbe rientrare la progressività). Si tratta di trovare una via di mezzo per l’ottenimento di un gettito in condizioni di ragionevole rapidità e di compatibile equità. Attragga o no, ritengo che tale obiettivo si raggiunga con un diritto tributario costruito su “casi” più che articolato su astratte definizioni.

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Mi piacerebbe ricevere più informazioni sull'argomento e su altri similari

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Anche a me piacerebbe ricevere altre informazioni

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A breve interverrò nuovamente per approfondimenti. 

Per altri argomenti di natura giuridico fiscale, sarei grato se mi segnalaste il tema di vostro specifico interesse.

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