Norvegia: rimossa dal lavoro perché porta il crocifisso al collo

Giovanni Fortuna Mer, 03/12/2014 - 15:03

Un centimetro e mezzo.  Tanto misura il ciondolo appeso alla collana della giornalista che conduce il telegiornale.  C’è un problema però: quel ciondolo è una croce.  Un gioiello a tutti gli effetti, pietre preziose e oro giallo.  Ma anche il simbolo della religione cristiana.  Apriti cielo.  Per Kristin Saellmann, uno dei volti più noti della televisione norvegese, il destino è segnato.  Licenziamento.  O meglio, allontanamento dalla conduzione e divieto di ripresentarsi con quella croce al collo.  Ancora una volta si confonde la libertà religiosa con il fanatismo, dimenticando che rispettare l’alterità non vuol dire mettere in un cassetto (e visto l’oggetto del contendere è proprio il caso di dirlo) le proprie origini, i valori ed il credo di ognuno.  Fatto sta che la  tv pubblica norvegese “Nrk”  ha vietato  alla storica conduttrice del suo tg regionale di presentarsi in trasmissione con una croce al collo.  Cerchiamo di capire il perché.  In Norvegia la maggioranza della popolazione è cristiana ma la comunità islamica, prima minoranza del paese, è molto consistente ed è formata soprattutto da persone provenienti dai paesi africani e del Medio Oriente.  Un giorno di ottobre, nel vedere una  conduttrice con il crocifisso al collo dare le notizie al telegiornale, si è subito risentita e ha protestato  contro di lei, la signora  Kristin Saellmann, perché «la catenina non garantisce l’imparzialità» e «la Croce offende l’islam».  La protesta è giunta fino alle alte sfere della televisione pubblica, che hanno deciso per l'allontanamento della conduttrice dal video.  A nulla sono valse le difese della giornalista: «Non ho mai pensato che questa croce, lunga non più di un centimetro e mezzo e che mi era stata regalata da mio marito durante una recente vacanza a Dubai come semplice gioiello, potesse causare tanto clamore.  Non ho indossato la croce per provocare.  Sono cristiana ma finora ho visto croci un po’ ovunque, anche come oggetti di moda, e non credo che la gente reagisca per questo».                                  La Norvegia ha un tasso di immigrazione molto alto perché rappresenta agli occhi di chi cerca lavoro un luogo di opportunità e di welfare, anche se il nuovo governo populista appena entrato in carica ha promesso una stretta in particolare sull'immigrazione e sul rilascio di permessi di asilo.  Proprio qualche giorno fa un richiedente asilo originario del Sudan che doveva essere espulso dalla Norvegia ha compiuto una strage su un autobus uccidendo tre persone.  Per i cristiani del Nord Europa è sempre più difficile professare in pubblico il proprio credo, a differenza degli appartenenti ad altre confessioni che sono spesso liberi di farlo.  In Gran Bretagna, ad esempio, dopo la battaglia vinta dalla giornalista della Bbc, Fiona Bruce, anch’essa accusata nel 2006 per aver condotto il telegiornale con una croce al collo, la dipendente della British Airways, Nadia Eweida, venne licenziata per essersi rifiutata di togliere o coprire la catenina con un minuscolo crocifisso che portava al collo.  La compagnia aerea affermò che simboli religiosi e gioielli non erano consentiti dal regolamento e dovevano essere portati sotto le divise.  Mentre i suoi colleghi potevano presentarsi al lavoro con veli e e kippah.  Nadia, dopo anni di battaglia legale, ha visto il suo diritto riconosciuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che però si è raccomandata di vigilare sull’espressione religiosa in pubblico, considerata quasi come un segno di appartenenza da guardare con sospetto.  Qual è la situazione in Italia?  Qui da noi la Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione, approvata il 23 aprile 2007 con Decreto del Ministro dell’Interno, prevede al punto 25 che “movendo dalla propria tradizione religiosa e culturale, l’Italia rispetta i simboli, e i segni, di tutte le religioni. Nessuno può ritenersi offeso dai segni e dai simboli di religioni diverse dalla sua.  Come stabilito dalle Carte internazionali, è giusto educare i giovani a rispettare le convinzioni degli altri, senza vedere in esse fattori di divisione degli esseri umani”.  Questo principio è ribadito dalla Relazione che ha accompagnato la Carta dei valori, dove si legge che “il segno, o il simbolo religioso, non è, non può essere mai uno strumento di offesa per chi ha un’altra fede.  Esso costituisce un mezzo che esprime le diversità e può arricchire gli altri interlocutori.  Se non si afferma questo principio le società multiculturali sono destinate a vivere in un continuo stato di fibrillazione facile a sfociare in veri conflitti interconfessionali, e rischiano così di ricadere nel passato”.  Chiara l’allusione alle guerre di religione che sono un retaggio di inciviltà che pensavamo di avere definitivamente alle spalle.  Guardando ciò che accade in Europa sembrerebbe di no.  Ma anche in Italia, al di là delle impeccabili dichiarazioni di principio  e delle svariate  sentenze  che più di una volta hanno “difeso” il crocifisso affisso nelle aule scolastiche e nelle aule di Tribunale – in virtù di una Legge mai abrogata e quindi ancora in vigore – c’è  chi continua a storcere il naso contro questo simbolo.  È il caso di qualche anno fa di un giudice che si rifiutò di svolgere il suo lavoro fino a quando non gli avessero tolto il crocifisso da sopra la testa (finì che dopo tre gradi di giudizio fu lui a restare senza stipendio e senza lavoro) sostenendo che avrebbe “tollerato” quel simbolo solo se fosse stato aggiunto anche il simbolo ebraico, un “menorah”, il candelabro a sette bracci (i giudici motivarono che questo poteva essere possibile solo per via legislativa, come era stato per il crocifisso).  Ed è il caso di quella famiglia che fece processi in Italia e in Europa, perché non voleva che i figli andassero a scuola in aule che avevano il crocifisso appeso al muro.  Anche in questo caso l’ultimo grado di giudizio, sia della Cassazione che della Corte europea di giustizia,  vide “salvare” il crocifisso dal tentativo di estirparlo dalla cultura identitaria dell’Italia e dell’Europa.  In conclusione, io personalmente mi sono fatto quest’idea a sostegno della “liceità” del simbolo cristiano anche  fuori dal contesto religioso che gli è proprio: il crocifisso è un simbolo esclusivamente  “religioso” se è posizionato all’interno delle Chiese e le persone che lo visitano si inginocchiano davanti a Lui perché lo considerano vero Dio e vero uomo.  Ma se è posizionato fuori delle Chiese, e quindi nelle scuole, nei tribunali e appeso al collo delle persone, è un simbolo anche solo “culturale”, di valore laico e non “religioso”, perché in Italia come in Europa la grandezza di Gesù storico, al di là dei risvolti trascendenti, è universalmente riconosciuta anche dai non credenti, e quindi non può offendere la sensibilità di nessuno, nemmeno di quei musulmani norvegesi che hanno fatto estromettere dal video una giornalista che sapeva fare bene il suo mestiere.