Prima condanna definitiva a Berlusconi: uso politico della giustizia?

Giovanni Fortuna Mar, 01/10/2013 - 17:18

Alle 19.40 del 1° agosto 2013 la II sezione penale della Suprema Corte di Cassazione infligge la prima condanna, in via definitiva, all’imputato Silvio Berlusconi, confermando la pena irrogata in appello a 4 anni di reclusione per il reato di frode fiscale, di cui 3 condonati per l’indulto e 1 da scontare agli arresti domiciliari – per  raggiunti limiti di età che impediscono la detenzione in carcere – o in affidamento ai servizi sociali.  Il “giorno del giudizio” è così arrivato – dopo diverse decine di processi mai giunti prima d’ora in Cassazione – a decretare l’imprenditore Berlusconi un evasore fiscale, un pregiudicato a cui ritirare il passaporto, un condannato al quale infliggere una restrizione della libertà personale che si protrarrà per 12 mesi.  Fin qui la notizia relativa al Berlusconi imprenditore e privato cittadino.  Ma non è tutto.  Anzi, la questione principale è un’altra.  Si dà il caso che Berlusconi sia anche l’uomo che ha dominato la scena politica di questi ultimi 20 anni, detenendo il record di permanenza a Palazzo Chigi nei panni di Capo del governo, leader indiscusso nonché fondatore di un partito che per lunghi tratti di questo ventennio è stato il primo per numero di voti, o tutt’al più il secondo, su scala nazionale.  Un politico capace di far nascere uno schieramento dal nulla e di vincere le elezioni dopo appena due mesi, la prima volta nel ’94, e di ritornare sulla scena e recuperare un distacco che tutti ritenevano incolmabile, questa volta in un mese, nel febbraio 2013.  La seconda questione, dicevo, è più importante della pena principale emessa dalla Cassazione, perché attiene al Berlusconi pubblico e non al privato cittadino, riguardando la sua agibilità politica proiettata nel futuro.  Qui la questione è stata affrontata su due distinti piani, giurisdizionale e politico.   Per l’ambito di competenza dei giudici la Cassazione ha rinviato ad altra sezione di Corte d’appello la determinazione della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, che era stata fissata in 5 anni, ma che ora può essere diminuita in un nuovo giudizio, fino a 1 anno.   Sul piano politico, invece, La Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, organo del Senato che ha il compito di valutare i titoli di ammissibilità per i suoi componenti, ha rigettato il 18 settembre, con 15 voti a 1 e 7 astenuti dei 23 componenti, la richiesta del relatore Augello di far rimanere in carica il senatore Berlusconi, in opposizione ad una Legge che appare viziata da incostituzionalità, e che contempla l’istituto della decadenza dal seggio parlamentare in caso di condanne definitive superiori a due anni.  La palla passa ora al Senato, che dovrà decidere in aula e in via definitiva  sulla decadenza proposta dalla Giunta, dopo che la stessa tornerà a riunirsi il prossimo 4 ottobre per ascoltare le tesi difensive di Berlusconi.  Ma la decadenza che si deciderà in Senato sembra cosa fatta, perché i numeri danno la maggioranza al centro-sinistra che pontifica da tempo, dalla bocca del segretario Pd Epifani, di voler epurare Berlusconi dal Parlamento.  Per questo motivo è notizia dell’ultima ora che i parlamentari del Pdl sono pronti alle dimissioni in massa in caso di decadenza del loro leader, anche se il loro capogruppo Brunetta ha buttato acqua sul fuoco asserendo che non c’è alcuna direttiva in tal senso, ma “ognuno deciderà secondo la propria coscienza”.  Intanto se questo succederà, e il gesto verrà verosimilmente imitato, a ruota, dai ministri di Berlusconi, si profila un’inevitabile crisi di governo.  Staremo a vedere.  Nel frattempo non voglio addentrarmi nelle questioni giuridiche, perché credo sia più interessante valutare questa seconda parte sul piano politico.  Mi chiedo: è  giusto decapitare uno schieramento politico che conta una decina di milioni di voti (anche grazie e soprattutto al carisma del suo leader), a colpi di sentenze invece che con la sana dialettica dello scontro politico, che passa al vaglio del popolo sovrano che decide mediante il voto?  Perché un conto è passare 12 mesi ai domiciliari – per la decisione che sarà ad ottobre dai giudici del rinvio – per poi avere la possibilità  di tornare in campo, lasciando decidere agli elettori, mediante il voto, se Berlusconi deve uscire dalla vita  politica.  Un conto è estromettere invece dal Parlamento un suo componente sulla base di un atto di indirizzo politico, qual è quello riguardante la norma-“Severino” su cui la Giunta si è pronunciata, che a  detta di molti giuristi appare manifestamente incostituzionale.  L’obiezione  politica  a questo ragionamento è ovvia: se ci sono condanne definitive, di una certa gravità, si perde il diritto alla politica attiva, perché non ci devono essere pregiudicati in Parlamento in virtù di una inattaccabile questione morale.  Questo è fuor di dubbio, ma ciò vale in un Paese normale, dove vige cioè per davvero il principio dell’autonomia e della separazione dei poteri, per cui il giudice decide in coscienza e in base alla Legge nello stabilire condanne e reprimere reati e non presta il fianco alla politica, decidendo piuttosto sulla base di pregiudiziali ideologiche.   Un Paese dove davvero la sovranità appartenga al popolo, come recita la Costituzione, che la eserciti in modo diretto con il referendum, ed indiretto con la rappresentanza politica che si sceglie mediante il voto.  Ma questo si può dire con assoluta certezza che avvenga oggi in Italia?  Alla luce delle notizie che hanno riguardato il giudice che ha emesso la condanna nei confronti di Berlusconi, qualche dubbio può venire anche ai colpevolisti più agguerriti.  Non mi riferisco tanto all’intercettazione con il giornalista del “Mattino”, in cui il giudice Esposito anticipava incautamente il perché della condanna, su quanto doveva emergere solo con il deposito della motivazione, a 30 giorni.  Un’azione ritenuta universalmente inopportuna ma che lascerebbe  la condanna  priva di vizi  procedurali.  Io mi riferisco più specificamente a quanto emerso nei giorni immediatamente successivi alla sentenza sulle colonne de “Il giornale”, con riscontri probatori di due testimoni, il giornalista Stefano Lorenzetto e un alto funzionario dello Stato rimasto anonimo ma che è disposto a confermare quanto dichiarato dal giornalista.  A una cerimonia di premiazione risalente al 2009, il giudice Esposito avrebbe rilasciato ai due soggetti di cui sopra, giudizi pesanti sul conto di Berlusconi.  Dichiarazioni che esprimerebbero in modo inequivocabile forti pregiudiziali negative del giudice nei riguardi della persona su cui sarebbe stato chiamato a decidere  qualche anno dopo, e in via definitiva, la condanna.  Se ciò è vero (e  Lorenzetto, che è giornalista noto per la precisione e la correttezza del suo lavoro,  si dice pronto a dimostrare l’antefatto in tutte le sedi) il giudice Esposito doveva astenersi dal verdetto per mancanza di imparzialità, come impone il nostro Ordinamento.  E la sentenza sarebbe inficiata da vizio procedurale di competenza, e tornerebbe ad essere impugnabile.  Dopo che i nostri dubbi erano stati espressi, a caldo, sull’operato del giudice Esposito, segnaliamo a onor di cronaca che nel frattempo sono stati intrapresi 2 procedimenti a suo carico: un’inchiesta del Ministro della Giustizia Cancellieri per fare luce sulla vicenda, e un procedimento disciplinare del C.S.M. che ha acquisito l’intera telefonata rilasciata al “Mattino”, con probabili sviluppi di una sanzione di trasferimento d’ufficio per l’azione incauta del nostro giudice.  E poi c’è un’altra questione, che riguarda le prove sulla colpevolezza di Berlusconi.  Nel nostro Ordinamento penale vige il principio di responsabilità personale e soggettiva, in virtù del quale non si è oggettivamente responsabili, (nel civile sì), se non si sia partecipato con dolo o colpa al fatto di reato.  Nel caso in esame prove dirette non sussistevano a dimostrazione della responsabilità dell’imputato (avendo ceduto l’attività ad altri), e gli 81 punti eccepiti dalla difesa dell’avvocato Coppi hanno smontato il quadro accusatorio che aveva portato alla sentenza di condanna in appello.  Ma la Cassazione li ha ignorati tutti e ha confermato una condanna, la cui colpevolezza non è dimostrata in via diretta, ma dedotta in via indiziaria.  Da qui il punto interrogativo sull’uso politico della giustizia, perché è lecito dubitare, dato il caso e leggendo le “carte”, su un utilizzo strumentale della giustizia a fini politici, e dato quanto è emerso sulla persona del giudice che è stato chiamato a sentenziare su Berlusconi.  Ciò detto è evidente che sussista un problema  giustizia oggi in Italia, al di là del caso Berlusconi.  E allora come fare per evitare che in futuro il dubbio amletico sull’uso politico della stessa possa perpetuarsi a danno della libertà e della democrazia?  Risposta: rimettendo in vigore la norma costituzionale che sanciva l’autorizzazione a procedere per i parlamentari, che garantiva l’autonomia del potere legislativo su quello giudiziario, e che fu abrogata nel ’93 a seguito della stagione di “mani pulite”.  Una modifica, questa, da collocarsi in un più ampio spettro di riforma della giustizia che dia maggiori garanzie nel rapporto tra l’autorità dei poteri e la libertà dei cittadini, e che passi anche dalla separazione delle carriere giudiziarie e dalla responsabilità civile dei magistrati.  Ma qual è il quadro attuale della situazione?  Il Capo dello Stato Napolitano, sul problema della riforma della giustizia, ammonisce: “La strada maestra da seguire è sempre stata quella della fiducia e del rispetto verso la magistratura, che è chiamata a indagare e giudicare in piena autonomia e indipendenza alla luce di principi costituzionali e secondo le procedure di legge”.  Avrebbe senz’altro ragione se i giudici in Italia corrispondessero tutti al seguente ritratto: «Il Giudice deve offrire di sé stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile.  Se egli rimarrà sempre libero ed indipendente si mostrerà degno della sua funzione, se si manterrà integro ed imparziale non tradirà mai il suo mandato.»  Sono le parole di Rosario Livatino,  giudice “ragazzino” assassinato dalla mafia a 38 anni nel ’90, che ha pagato con la vita il suo sforzo di mettere in pratica il modello ideale di magistrato sopra le parti.  Noi non possiamo che augurarci che sia questo il futuro volto della  Magistratura in Italia, tutta intera e non solo di pochi eroi alla stregua di Falcone e Borsellino, in ossequio a quanto riportato nella Bibbia dal profeta Daniele: «Coloro che avranno indotto molti alla giustizia, risplenderanno come stelle per sempre».

 

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