Primo anniversario della scomparsa di D’Ambrosio, protagonista di Mani Pulite

Giovanni Fortuna Lun, 30/03/2015 - 15:37

E’ passato un anno. Era il 30 marzo 2014, quando attorno alle ore 17 ci lasciava l'ex Procuratore Capo del capoluogo  lombardo  Gerardo D'Ambrosio, protagonista della stagione di Mani pulite. Aveva 83 anni. Attorno alle ore 17 di domenica 30 marzo è morto all’ospedale di Milano l'ex Procuratore Capo del capoluogo lombardo Gerardo D'Ambrosio, protagonista della stagione di Mani pulite. Aveva 83 anni.  Era ricoverato da due giorni nel reparto di medicina d’urgenza del Policlinico di Milano per una grave insufficienza cardio-respiratoria che è stata la causa del decesso. Nel 1991 aveva subito un trapianto di cuore.  Originario del casertano, a 22 anni si era laureato a pieni voti in Giurisprudenza, e 5 anni più tardi era entrato in magistratura, dove aveva lavorato per 45 anni fino al 2002, rivestendo diversi incarichi: Pretore civile, Pubblico Ministero, Procuratore aggiunto e Procuratore Capo.  Lasciata la Magistratura si era dedicato alla politica, diventando Senatore della Repubblica per due legislature: quella del 2006 e quella del 2008, rispettivamente nelle liste dei Democratici di sinistra e del Partito democratico.  Il ricordo di questo magistrato è legato, nella memoria degli italiani, alla cosiddetta stagione di “Tangentopoli”, risalente alla prima metà degli anni novanta, allorquando un pool di magistrati di Milano, formato dai pubblici ministeri Colombo, Davigo, Di Pietro e guidati proprio da D’Ambrosio, realizzarono la più grande inchiesta giudiziaria dell’Italia repubblicana, denominata Mani pulite.  Insieme riuscirono a scoprire una fitta rete di corruzione e concussione fra imprenditori e politici, facendo emergere un sistema di tangenti che arrivò a far incriminare i maggiori esponenti politici dei principali partiti della prima Repubblica.  I giornali dell’epoca scrivevano di un’intera classe politica che era stata spazzata via dall’inchiesta giudiziaria di Mani pulite.  Di quella stagione memorabile  Gerardo D’Ambrosio fu un indubbio protagonista in positivo, anche se in una recente intervista aveva dichiarato che quell’azione della Magistratura, per quanto encomiabile, non fosse stata sufficiente a cambiare l’Italia, e che si poteva e si doveva fare di più.  Ecco le sue parole: «Abbiamo perso una grandissima occasione, quella di sconfiggere la corruzione, il cancro che avvelena la politica e l’economia. Siamo ancora qui a invocare la cultura della legalità, a dire che altrimenti non c’è possibilità di risanamento, di rinascita, di sviluppo».  Alla domanda sul ricordo di quei giorni così rispondeva: «Mani Pulite raccolse un consenso enorme nell’opinione pubblica perché le nostre inchieste svelavano quanto fosse grave e profonda la questione morale. Spadolini e Berlinguer avevano già denunciato il degrado dei partiti, la gestione corrotta della cosa pubblica. Ma nel 1992 l’Italia comprese come la corruzione stava distruggendo l’economia. La corsa al finanziamento illecito da parte dei partiti era massiccia, sfuggiva a qualsiasi valutazione. La corruzione si era infiltrata nella burocrazia, nell’amministrazione, i partiti decidevano chi doveva vincere gli appalti. I corrotti facevano carriera, gli onesti no».  Col senno di poi è giusto dire che occorreva fare di più.  All’inizio l’inchiesta ebbe un grande successo. L’opinione pubblica rimase indignata dallo sperpero di denaro pubblico, e quei magistrati diventarono in poco tempo dei super eroi.  Ma a un certo punto il clima cambiò, tanto che ci fu una campagna di delegittimazione dei giudici e iniziarono a piovere le accuse contro la Procura di Milano.  Si disse che facevano troppi arresti, che istigavano al suicidio e che occorreva smetterla con il giustizialismo facile.

Oggi, a distanza di 20 anni da Mani Pulite, vedendo le cronache giudiziarie sull’attuale  numero dei consiglieri regionali di tante parti d’Italia, indagati per reati contro la Pubblica amministrazione, si può dire che D’ambrosio avesse ragione ad essere deluso per i risultati di quell’inchiesta, perché non era riuscita a scardinare in profondità la mala pianta della corruzione politica.  Lasciata la Magistratura, D’Ambrosio aveva deciso di continuare la sua battaglia per la legalità in Parlamento, nelle fila del centro sinistra.  Un'esperienza che nei racconti che faceva agli amici quando tornava a Milano, lo aveva profondamente deluso. Il suo rammarico era che tutto il suo grande impegno non venisse preso in considerazione.  Di lui ci rimane l’esempio di una vita impegnata per la difesa della legalità.  E quest’ultimo appello, di poco tempo fa: «il Paese ha rifiutato la legalità. Anche oggi chi pratica la corruzione, chi evade le tasse non è considerato come un ladro che danneggia l’intera collettività. Eppure la corruzione vale 60 miliardi di euro e secondo la Banca d’Italia pregiudica la possibilità di investire, di creare sviluppo e occupazione. È una battaglia politica e culturale, bisogna ripartire dal basso, dalla scuola, insegnare e difendere il valore della legalità».  Grazie per avercelo ricordato prima di salire in Cielo.