SI, ripartiamo dal PSI

Tobia Desalvo Sab, 03/08/2013 - 23:12

Una persona che come me milita nel Partito Socialista Italiano fondato nel Ferragosto del 1892 a Genova, ne ha viste di peggio. E’ quindi una sorta di sorriso amaro quello con il quale può analizzare la situazione italiana, frutto del primo grande errore del 1921, quello dei comunisti, del secondo, quello frontista di Nenni nel 1948 che ha spostato il baricentro verso il primo errore, e quello del grande crollo e dell’esplosione di quella storia, per colpa della ignavia dei ragazzini di Berlinguer che hanno appena concluso, nonostante il sincero quanto inutile sostegno mio e del mio partitino, la loro corsa storica. Un sostegno inutile, perché chi di voi ha superato le prime righe di questo articolo non è certo in grado di capire la politica delle carote sotto casa e dell’uovo di Pasqua costituzionale del Movimento 5 stelle. Quello può farlo Renzi, che le tare dei social-comunisti non ha, che parla col linguaggio quotidiano delle persone e che adesso messianicamente si attende.  Il PD nasce per far finta che gli errori non fossero quelli di cui sopra, per far finta di essere completamente nuovi, degli altri, usciti come i Blues Brothers dalle macerie del disastroso fallimento non solo del comunismo mondiale ma anche di quello italiano. Sepolto dal voto operaio in libera uscita verso il localismo nazionale leghista-berlusconiano, dall’incapacità del socialismo europeo di difendere in maniera non burocratica il proprio welfare nei paesi del sud europa, dall’incapacità dei sindacati e dell’impresa di trovare una modalità contrattuale in grado di premiare la produttività. La produttività oraria è la chiave, nel mondo informatizzato, per combinare lavoro, produzione, tempo libero e consumi: la via della ricerca della felicità altrimenti appaltata al partito del cazzeggio nazionale, partiti populisti e semplicisti dietro ai quali sogghignano i grandi capitali che si fanno beffe e baffi dei popolini e dei poverini.  Il PD nasce su basi inesistenti, come la Seconda repubblica, fuori dai partiti europei e dai loro processi di rinnovamento e partecipazione (in questo perseverando diabolicamente nell’errore del PCI e delle sue ipocrite terze vie), e Matteo, come ormai tutti familiarmente chiamiamo il nostro caro leaderando, ha trovato nella rottamazione la parola chiave per liberarci di tutto ciò. Evidentemente non parteciperà ai caminetti e aspetta lungo l’Arno il cadavere dei rottamandi.  Il PD che parla di lavoro senza dire impresa e si è candidato contro il Male Berlusconi, come a ragione dice Grillo nell’analisi tipica di un bravo demagogo intrattenitore, è morto.  Le parole d’ordine dell’opposizione stanno in mano a Grillo, quelle del Governo le sta scippando Berlusconi. In questa legislatura, ma non è la prima volta, si ha l’occasione storica di cambiare la Storia. Io sarei per dare ragione a chi ce l’ha da 120 anni e sicuramente da 30 e preso atto che dall’uovo di Pasqua grillino non esce la governabilità, riterrei che Giuliano Amato possa salire al Colle e Claudio Martelli proseguire sulla linea dei meriti e bisogni elaborata a Rimini nel 1982.  In un sol colpo ci libereremmo dei fantasmi della storia e degli ologrammi che popolano il web. Viva l’Italia!