Stati Uniti: il Maryland abolisce la pena di morte

Giovanni Fortuna Sab, 14/03/2015 - 23:36

Sono trascorsi 2 anni esatti dalla svolta di portata storica che ha investito gli Stati Uniti d’America il 15 marzo 2013, ed è tempo di fare i primi bilanci.
Con 82 voti favorevoli e 56 contrari la seconda Camera parlamentare dello Stato del Maryland approvava la Legge che abolisce la pena di morte, dopo che la stessa era passata al Senato.  Tale evento di portata storica, ha risparmiato la vita a diverse persone già condannate all’esecuzione capitale, che si sono viste convertire la loro pena in ergastolo.  Il Maryland risulta il 18° Stato degli U.S.A. a non avere più la pena capitale, e in ciò segue l’iter abrogativo posto in essere nell’Illinois 2 anni prima e nel Connecticut nel 2012, allineandosi alla scelta della maggior parte dei Paesi del mondo che si è affrancata da questa arcaica, quanto crudele e disumana, modalità punitiva di sanzionare il crimine.  “Amnesty International” – organizzazione mondiale per la difesa dei diritti umani – ha pubblicato da poco il suo rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo.  Sono emersi alcuni dati interessanti che dicono di una significativa riduzione di questo deprecabile fenomeno e che fanno pensare come possibile un futuro mondo senza boia.  Nell’anno solare 2012 sono stati solamente 21 i Paesi che hanno applicato la pena di morte, su un totale di 195 Stati esistenti, mentre 10 anni fa erano stati 28, con una significativa tendenza in declino.  A onor del vero sono in realtà 43, oggi, i Paesi che prevedono nel loro Ordinamento la pena capitale, solo che per la metà di essi l’anno scorso non se n’è fatto ricorso, ma non è detto che si sia rinunciato del tutto.  Occorrono infatti 10 anni di non applicazione perché si possa parlare di abrogazione di fatto, mentre la strada più immediata ed esplicita di eliminazione di questo scempio dell’omicidio di Stato è quella dell’abrogazione di diritto, adottata dal Maryland con legge statale.  Terza possibilità è quella della moratoria internazionale, che l’O.N.U. può deliberare, su richiesta dei suoi Stati membri e nei riguardi di uno Stato che la preveda, per far sospendere le esecuzioni al suo interno e per ritardarle ai fini di una abrogazione di fatto che si consolidi nel tempo.  Sempre in riferimento all’anno scorso, gli U.S.A. risultano al quinto posto della classifica mondiale per numero di esecuzioni, dietro Cina, Iran, Iraq e Arabia Saudita.  Non si tratta di una sorpresa perché sono molti anni che i primi posti sono occupati sempre dagli stessi Paesi (seguono dietro gli U.S.A., lo Yemen e il Sudan).  Ma allora perché gli Stati Uniti, che per molti altri aspetti sono all’avanguardia nel mondo, risultano stabili da tempo nella “top 5” della pena di morte?  I sociologi l’hanno spiegato in questo modo: è una conseguenza del complessivo atteggiamento di severità che la società americana ha verso la punizione del crimine.  A dimostrazione di ciò verrebbero in aiuto ancora una volta i numeri.  Gli U.S.A., infatti, sono primi al mondo per popolazione carceraria, detenuti in isolamento e condanne all’ergastolo.  Rimane il fatto, contraddittorio, che ben 36 Paesi dei 43 in cui sopravvive oggi questa pena “incivile” sono a regime dittatoriale, autoritario o illiberale, mentre gli U.S.A. si proclamano esempio di democrazia avanzata e riferimento della civiltà occidentale.  Ma non fanno certo bella figura nei panni di unico Stato delle Americhe a mantenere questo primitivo sistema punitivo, a fronte di soli 4 Stati dell’ “arretrata” Africa e di 1 solo Stato dell’Europa (la Bielorussia).  Il grosso degli Stati con la pena di morte si registra in Asia, anche se sono concentrati in poche sacche regionali.  La bestia nera di questa classifica è la Cina, che da sola ha totalizzato nel 2012 più esecuzioni capitali di tutti gli altri Paesi messi insieme: diverse migliaia a fronte di “soli” 682 casi del resto del mondo.  In Italia, il codice penale Zanardelli, datato 1889, aveva abrogato la pena di morte prevista alla nascita dello Stato, nel 1861, dall’assorbimento dello Statuto albertino che la contemplava per il regno sabaudo.  Il regime fascista l’aveva reintrodotta nel 1926 con una Legge poi confluita nel codice penale Rocco del ’30, per essere di nuovo abrogata dall’art. 27 della Costituzione nel 1948, tranne che per i reati militari in tempo di guerra.  Il 25 settembre 2007, con legge parlamentare di revisione costituzionale, è caduto anche questo ambito residuale di applicazione, della pena di morte, che non si applica più in nessun caso, con grande soddisfazione della sezione italiana di “Amnesty International”, che da molti anni faceva pressione in tal senso.  Tornando al Maryland, e per concludere, invito a riflettere sulle 4 ragioni addotte in Parlamento a favore dell’abrogazione della pena capitale, risultate poi vincenti sugli oppositori.  Perché si trattava di un metodo costoso di repressione dei reati; perché si trattava di un sistema soggetto a errori; perché spesso veniva applicato in base a pregiudizi razziali; perché non costituiva un vero deterrente alla commissione dei crimini.  Io mi permetto di avanzare una quinta motivazione, per arrivare presto a vivere, ovunque, in un mondo senza più pena di morte: l’inviolabilità della vita umana come principio non negoziabile, in virtù del quale non è consentito all’uomo sopprimere un’altra vita umana in alcun modo.  Aborto ed eutanasia compresi.  Questo lo dovrebbero osservare, a parere di chi scrive, i Parlamenti di tutto il mondo, ricordando la seguente affermazione di S. Agostino riportata nel suo “De civitate Dei”: “Che cosa sarebbero le assemblee parlamentari, se togliessimo di mezzo il diritto e la giustizia, se non una banda di briganti?”