STATO VATICANO: 2 ANNI FA IL PAPA ABOLIVA L’ERGASTOLO

Giovanni Fortuna Lun, 20/07/2015 - 02:39

 

Sono passati due anni da quando il Papa ha abolito l’ergastolo in Vaticano”. Accadde nell’estate 2013, a 4 mesi dall’ insediamento al soglio pontificio, allorquando Papa Francesco mise mano alla riforma del sistema penale del suo Stato, con interventi che invitano ad una riflessione”.

La riforma varata con “Motu propriu” l’11 luglio 2013 entrò in vigore a partire dall’1 settembre prossimo, e stabilì alcune modifiche al codice penale vaticano fra le quali spicca l’abolizione del carcere “a vita”, che venne sostituito con la pena della reclusione da 30 a 35 anni.

A onor del vero la riforma prevede anche altre importanti novità, come l’introduzione del reato di tortura e la definizione di nuove fattispecie a tutela dei minori, in materia di prostituzione, violenza sessuale e pedopornografia.  Occorre aggiungere che Papa Francesco si è mosso in una linea di continuità con il suo predecessore, tanto da precisare nella Lettera Apostolica del suo “Motu propriu” che “le nuove norme varate oggi intendono proseguire l’adeguamento dell’Ordinamento giuridico vaticano, in continuità con le azioni intraprese a partire dal 2010 durante il Pontificato di Benedetto XVI”.

Ma al di là di queste precisazioni di cronaca ciò su cui il Papa mi ha spronato a riflettere, con questa riforma, in una prospettiva comparatistica col nostro Ordinamento giuridico, è se abbia ancora senso mantenere in vigore in Italia, oggi, ciò che il suo intervento ha ritenuto invece di abrogare per lo Stato Vaticano: la pena detentiva dell’ergastolo.  È singolare il fatto che lo Stato Vaticano, nato dai Patti Lateranensi del 1929 siglati col nostro Paese, avesse recepito l’istituto giuridico dell’ergastolo dal nostro codice penale allora vigente, (il codice Zanardelli del 1890, da loro “incamerato” in toto), e che oggi si sia affrancato da quel codice ormai vecchio, mentre l’Italia continui a mantenere tale istituto, confluito nel nuovo codice penale “Rocco” del 1930, nonostante fosse intervenuta la Costituzione, 18 anni più tardi, in evidente contrasto con tale pena detentiva.

A scanso di equivoci, il profilo che si prospetta è di tipo formale e giuridico, per sottolineare le incongruenze di un sistema di leggi, laddove sussistano, a cui il Parlamento può ovviare con interventi legislativi di riforma.  Perché delle due l’una: o siamo d’accordo a sbattere i criminali in cella e buttare via la chiave, perché vi marciscano dentro fino alla morte e allora va bene che continui a sussistere l’art. 22 del codice penale, che per l’appunto contempla l’istituto dell’ergastolo.  Ma allora dobbiamo riformare la Costituzione, abrogando il suo art. 27 che così recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.   O in virtù di questo principio si deve invece ritenere l’articolo sull’ergastolo da abrogare per illegittimità costituzionale, così come ha pensato di fare il Papa per il suo Ordinamento vaticano.  Così come stanno le cose adesso non va bene, occorre prendere posizione in un senso o nell’altro, e il Parlamento è l’organo deputato a farlo.  Lo dico perché la Costituzione è la legge–guida a cui tutte le altre norme devono uniformarsi, e laddove c’è contrasto con una qualsiasi altra fonte normativa, che è sempre di rango inferiore, la Corte Costituzionale deve intervenire o si deve cambiare la Costituzione.  Ora il principio costituzionale della pena che deve rieducare il reo non può prevedere l’ergastolo come suo corollario applicativo, perché essendo questo pena “usque ad mortem” (alias “fine pena: mai”) esclude a priori la possibilità stessa della risocializzazione.  In secondo luogo, configurandosi l’ergastolo come espressione di un estremismo punitivo è sicuramente contrario a quel senso di umanità invocato dalla Costituzione come attributo necessario che la pena deve avere.  Da qui l’evidente contrasto fra le due norme e l’invito ad aprire un dibattito parlamentare in materia.

Chiudo con una citazione : «Nella nostra civilissima società la gravità di un male è rivelata dalla reticenza con cui se ne parla», e quanto più lo si presenta come «una dolorosa necessità», tanto più si tende «a non parlarne, perché il fatto è sconveniente».  La riflessione di Albert Camus, svolta con riguardo alla pena di morte, si può pacificamente estendere all’ergastolo, che della pena capitale è l’ambiguo luogotente.

Ritornare a discutere del carcere a vita è, invece, necessario.  E lo si deve fare ponendo il problema nel modo più radicale: «i giudici italiani, condannando taluno all’ergastolo, irrogano una pena costituzionalmente legittima?»