Tre giornalisti condannati per aver pubblicato una notizia vera

Giovanni Fortuna Mer, 18/02/2015 - 22:52

È accaduto a Bologna. Tre giornalisti sono stati condannati in gennaio di quest’anno per  aver pubblicato nel 2010 la notizia, assolutamente vera, che c’era un’inchiesta a carico di Giovanni Errani, fratello del governatore dell’Emilia Romagna, Vasco, militante del Partito democratico.  Si tratta dei giornalisti di cronaca giudiziaria Paola Cascella di Repubblica Bologna, Gilberto Dondi del Resto del Carlino e Gianluca Rotondi del Corriere della Sera di Bologna.  Sono stati raggiunti da un decreto penale di condanna, richiesto dalla Procura della Repubblica, per violazione dell’articolo 684 del codice penale, che sanziona la “pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale”.  Nel caso specifico i giornalisti scrissero dell’iscrizione sul registro degli indagati del fratello del governatore della Regione emiliana, prima che la notizia pervenisse al diretto interessato, e in questa “anticipazione” su quanto di lì a breve sarebbe divenuto legittimo scriverne, è consistita la condotta incriminata.  Sul piano giuridico-formale, tutto questo non fa una piega: se c’è un divieto prescritto per legge, e qualcuno lo vìola, è giusto che paghi.  E infatti i tre cronisti hanno “pagato”, nel senso letterale del termine, sganciando 129 euro a testa, a titolo di ammenda, che è la sanzione pecuniaria prevista per il reato contravvenzionale.  È una condanna simbolica, è stato detto, ma tale atto giudiziario va calato nel suo giusto contesto dei fatti e delle circostanze, per valutare il provvedimento emesso in termini di opportunità.  Iniziamo col dire che la notizia era vera e di interesse pubblico.  Come poi è stato appurato, infatti, l’accusa nei confronti del destinatario dell’avviso di garanzia era di aver truccato delle carte al fine di ricevere un milione di euro dalla regione, guidata da suo fratello, per la costruzione di una cantina da parte della sua cooperativa.  Quel milione, che è stato versato e che poi la Regione chiese indietro, aveva messo nei guai in un primo momento lo stesso governatore Vasco Errani, che però in primo grado è stato assolto. Per il fratello, invece, su cui nasce la vicenda dei tre giornalisti, c’è stato il rinvio a giudizio, e il dibattimento si aprirà a marzo.  Dunque la notizia pubblicata era vera, rilevante e di interesse pubblico, e di fronte a ciò il giornalista ha il diritto-dovere di divulgarla.  C’è stata un’anticipazione dei tempi, lo ribadiamo, ma era proprio opportuno perseguire questa leggerezza dato il contesto consuetudinario in cui si muove da sempre il mondo dell’informazione?  Intendo dire due cose.  È successo una miriade di volte e ancora succederà che ci sono degli informatori che violano il segreto istruttorio dando la notizia agli organi di stampa quando è ancora secretata.  Questi non sono dei semplici passanti che origliano per caso e poi trasmettono, perché ciò non è dato, ma chi ha in mano le carte, nelle “segrete stanze”, e cioè i magistrati e la polizia giudiziaria.  Mi chiedo: come mai non sono venuti fuori i nomi di chi ha fatto la soffiata, meritevoli di altrettanta puntigliosità giurisdizionale, ma solo si è proceduto penalmente verso i giornalisti?  Seconda considerazione: a livello locale è la prima volta che si perviene a questo provvedimento sanzionatorio, pur essendo la casistica “diffusa”, e a livello nazionale è uno dei pochi casi che si registrano in questa direzione.  Alla luce di queste considerazioni si deduce che pur essendo certamente “secundum iure” e non “contra ius” l’attivarsi della Procura per l’imputazione mossa ai giornalisti, qualche dubbio ci viene da sollevare sulla sua opportunità.  I tre giornalisti hanno dichiarato che intendono fare ricorso.  Adducendo a loro difesa il fatto che nessuno dei due fratelli Errani aveva sporto querela contro di loro, e che la notizia uscita sulle loro testate il 22 agosto 2010 era stata resa pubblica già un anno prima, nel 2009, da un consigliere regionale dell’opposizione, e dal quotidiano Il Giornale.  Staremo a vedere.  Nel frattempo ci piace concludere con il commento che l’ordine dei giornalisti ha diramato su questa condanna: “I fatti risalgono a quasi tre anni fa, ma la ‘dura punizione’ arriva solo ora quando già la vicenda è stata raccontata in lungo e in largo. I giornalisti condannati non si sono certo inventati la notizia dell’apertura delle indagini per la vicenda ‘Terremerse’. È certo che qualcuno gliel’ha rivelata. Ci auguriamo dunque che la Procura, così solerte nel perseguire i giornalisti per aver svolto bene il loro mestiere, lo sia stata altrettanto nel ricercare la fonte che ha indotto la fuga di notizie. Tre anni di tempo dovrebbero essere stati più che sufficienti”.  Poi la nota dell’Ordine prosegue: “In ogni caso, il giornalista, una volta che ne sia entrato in possesso, ha il dovere di informare i propri lettori su una notizia che aveva un indiscutibile carattere di interesse pubblico. E non facciamo (o non dovremmo mai fare) distinzione tra il ‘potente di turno’ e il ‘povero cristo’ ”.