UNA RIFLESSIONE SUI MARTIRI DELLA CHIESA NEL 70° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON MAURO FORNASARI

Giovanni Fortuna Dom, 05/10/2014 - 12:44

S. Giovanni Paolo II nell’enciclica Incarnationis mysterium scriveva: “Il credente che abbia preso in seria considerazione la propria vocazione cristiana, per la quale il martirio è una possibilità annunciata già nella Rivelazione, non può escludere questa prospettiva dal proprio orizzonte di vita. I duemila anni dalla nascita di Cristo sono segnati dalla persistente testimonianza dei martiri”.

Sempre in tema di martirio, in un’altra enciclica intitolata “Tertio millennio adveniente” , lo stesso Pontefice aggiungeva: “Al termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri. Le persecuzioni nei riguardi dei credenti, sacerdoti, religiosi e laici, hanno operato una grande semina di martiri in varie parti del mondo”.

Il Santo Papa polacco ha compiuto durante il suo lungo pontificato ben 147 cerimonie di beatificazione,  dichiarando 1338 Beati, cosa mai accaduta in passato, di cui 1032 martiri e 306 confessori.

Le cerimonie di canonizzazione, compiute dallo stesso Papa, sono state 51 con la proclamazione di 482 Santi, di cui 402 martiri e 80 confessori.

Questi numeri mettono in evidenza l’attualità del tema “martirio”.

Il martire, nel suo significato originario, dal greco martyrion, è il “testimone”, colui che fa testimonianza della Parola di Dio attraverso la predicazione del Vangelo.

Gesù in persona dà questa consegna ai suoi Apostoli con le seguenti  parole : “ Voi sarete miei testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria, fino all’estremità della terra”. ( At 1, 8; cfr. Lc 24, 48; 1 Cor 15, 14-15).

I discepoli di Gesù sono dunque obbligati a dare testimonianza del loro Maestro, perché se vogliono che Cristo stesso li riconosca dinanzi al Padre devono confessare il suo nome davanti agli uomini. ( cfr. Mt 10, 32-33 ).

Ma ben presto il termine “martire” doveva assumere, già nei primi secoli dopo Cristo, una connotazione ulteriore rispetto al significato originario : la testimonianza doveva avvenire non solo con la parola ma ad usque sanguinem, cioè fino allo spargimento del sangue.

Anche questo nuovo significato era stato profetizzato da Gesù in persona: “ Sarete consegnati ai Tribunali e sarete battuti come verghe nelle sinagoghe, e dovrete comparire dinanzi ai re per causa mia, per essere miei testimoni”. ( Mc 13,9; Mt 10, 17-18 ).

Tale profezia si compie nei primi due secoli dopo Cristo, in cui la Chiesa ha vissuto l’era più cruenta delle persecuzioni e del martirio, fino alla Pace di Milano del 313. Non che dopo non siano continuate, anzi, finita la tregua ci sono stati nuovi focolai lungo la storia  fino ad arrivare a una recrudescenza del fenomeno in tutto il corso del XX secolo.

Chi sono i martiri della Chiesa?  Sono gli imitatori di Cristo per eccellenza, coloro che hanno voluto seguire fino in fondo, con il sacrificio della vita, le orme del loro Maestro perciò definito da  S. Agostino come  il “Capo dei martiri”.

Da dove deriva la spinta al martirio? Tertulliano definisce il martirio come il frutto della carità di Dio: è la carità di chi ama Dio con tutte le sue forze che spinge a sacrificarsi per Lui nel martirio.

Il martirio è dunque  l’espressione più grande dell’amore verso Dio  e come tale è la vetta più sublime della Santità. Per questo motivo Origene annoverava i martiri, nella gerarchia dei Santi, subito dopo gli Apostoli dal momento che  essi “possiedono in misura maggiore l’amore della conoscenza di Cristo”.

Se la spinta al martirio viene dall’amore verso Dio, da dove viene  la forza per metterlo in atto?

Il martirio non può essere considerato un successo personale dell’uomo, alla stregua di un eroe greco, e neanche il risultato di una vita virtuosa: è un fatto di Grazia, cioè di origine divina, che come tale non è relegato a un avvenimento solo umano del passato, ma produce frutti soprannaturali anche futuri, a beneficio di  quelli che verranno dopo.

Se è stata la “forza” di Cristo ad aprire il Paradiso agli uomini, la chiave per entrarvi è  il sangue dei martiri.

Il martire non muore per un’ideologia o per dei valori giusti, muore per la persona di Cristo vivente nella sua Chiesa.

Tra il martire e Cristo si instaura una relazione speciale, un’unione che deriva dall’imitazione di Cristo da parte del martire.

Questa riflessione sul martirio è scaturita da una notizia che ho appurato su don Mauro Fornasari, diacono della Chiesa di Bologna, ucciso poco prima che venisse ordinato sacerdote, a soli 22 anni  il 5 ottobre 1944 , del quale ricorre in questi giorni il 70° anniversario della sua morte.

La notizia è questa: il libro preferito di don Mauro era “L’imitazione di Cristo”, e un giorno lo regalò a sua sorella maggiore Giuseppina incoraggiandone l’adozione dei contenuti. E’ la stessa Giuseppina  a ricordarlo oggi  nel commemorare il fratello.

Ho ragione di credere che il buon  Mauro,  attingendo con ardore a quel libro ogni giorno,  vedesse crescere in lui  l’amore verso Colui che lo aveva chiamato in Seminario, e in tal modo si stesse preparando al grande sacrificio, ad usque sanguinem, a cui era chiamato.

Un fatto destinato a produrre frutti, a beneficio di quelli che sarebbero venuti dopo.