Voluntary Disclosure e rientro dei capitali dall’estero. A chi interessa?

Francesco Leccese Lun, 04/08/2014 - 22:46

Prima di chiederci a chi interessa, cerchiamo di capire il significato del termine. La Voluntary disclosure è un procedimento di "pacificazione fiscale" tra il contribuente e l’amministrazione, a iniziativa del contribuente stesso. Nato negli Stati Uniti negli anni '90, è tornato d’attualità nei programmi di emersione per i depositi esteri promossi da vari Paesi europei.  In Italia è stato recepito nel decreto legge 4/2014, convertito  ma solo dopo aver eliminato proprio la norma sulla voluntary. Norma che comunque dovrebbe tornare prestissimo in un Ddl che inizierebbe il suo iter già nel brevissimo periodo.  Con la voluntary disclosure, oltre a pagare tasse e interessi sul pregresso, il contribuente si impegna inoltre a rivelare all’amministrazione tutti i suoi averi esteri in "nero".   La "Voluntary Disclosure" consente (o consentirà) agli italiani che detengono attività finanziarie o patrimoniali all’estero non dichiarate al Fisco, di sanare la loro posizione, anche penale, pagando le relative imposte e le sanzioni in misura ridotta.  I contribuenti potranno conferire alla fiduciaria italiana un incarico, anche senza intestazione, dopo aver utilizzato la voluntary disclosure, per mantenere le attività all’estero.  In tal modo il contribuente sarà esonerato dalla compilazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi.  Sarà, infatti, la fiduciaria italiana ad effettuare il calcolo delle imposte dovute ed a provvedere al loro versamento all’amministrazione finanziaria italiana.

Rientro capitali con l'autoriciclaggio

La nuova voluntary disclosure per il rientro dei capitali dall'estero e per l'emersione del nero "nazionale" da qualche giorno ha un primo testo definitivo. La commissione Finanze della Camera ha chiuso in tarda serata il suo compito di esame degli emendamenti e si appresta a passare il testo all'Aula. L'ultima frenetica giornata ha portato grandi novità: dal testo dell'autoriciclaggio, definitivamente entrato nel disegno di legge 2247, all'ulteriore sconto sui reati di frode fiscale (che arriverà ad abbassare le pene a un quarto dell'importo, prima si parlava della metà) e al "salvataggio" dei  professionisti.  Per gli articoli 2 e 3 del decreto legislativo 74/2000 – frode fiscale - la riduzione arriverà al punto di rendere la pena carceraria convertibile in una sanzione pecuniaria. Buone notizie per i professionisti: il cliente che deciderà di fare l'emersione manleverà il suo consulente, garantendo sotto propria e unica responsabilità di non aver attestato il falso.  Ma la partita grossa si è giocata sull'autoriciclaggio. L'emendamento presentato da un Parlamentare fa un'operazione di maquillage letterale minimalistico all'attuale 648-bis del codice (riciclaggio) ma che ha effetti molto importanti, a voler usare un eufemismo. In sostanza sparisce dall'incipit della norma l'espressione «fuori dai casi di concorso nel reato», cioè quella scialuppa di salvataggio che per decenni ha "immunizzato" il reale beneficiario delle operazioni di ripulitura. Il futuro reato di riciclaggio punirà invece «chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo» compiendo operazioni tali da «ostacolare l'identificazione della loro provenienza delittuosa». E per tutti i colpevoli, compreso l'auto-riciclatore, la condanna per il solo reato di "lavaggio" oscillerà tra 4 e 12 anni di carcere (al lordo, ovviamente, dell'applicazione degli istituti di legge, dal bilanciamento delle circostanze - attenuanti/aggravanti – a quelli procedurali: riti alternativi). Pena che però scenderebbe tra i 2 e gli 8 anni nell'ipotesi che il reato presupposto sia punito con pena edittale massima non superiore ai 6 anni. È il caso, vale appena la pena di sottolinearlo, dei reati fiscali anche più gravi (la dichiarazione fraudolenta dell'articolo 3 del decreto 74 è punita appunto con la pena massima di sei anni) e di tutti i reati societari, a partire dalle false comunicazioni con danno alla società (che è la forma più grave: 3 anni di reclusione e perseguibilità, tra l'altro, a querela di parte). Quindi la norma antievasori fiscali – visto che la finalità principale del nuovo 648-bis è colpire chi ha portato all'estero i fondi neri, e non a caso entra nel ddl "rientro dei capitali" – è di fatto il comma 2 appena illustrato. Problemi più seri dovrebbero invece avere i professionisti impegnati a strutturare la fuga dei capitali, insieme agli intermediari, bancari in testa, punti con «pena aumentata» per l'autoriciclaggio rispetto al riciclatore/autoriciclatore.

 

Le criticità nella proposta di legge

La proposta di legge sulla voluntary disclosure recentemente licenziata dalla commissione Finanze della Camera rappresenta un considerevole passo avanti rispetto al testo del Dl 4/2014 non convertito. Vi sono tuttavia due temi importanti sui quali il provvedimento potrebbe essere migliorato.
Il primo riguarda le annualità oggetto di regolarizzazione, su cui incide il cosiddetto raddoppio dei termini. Il testo recentemente approvato, innovando rispetto al Dl 4/2014, riduce gli anni da regolarizzare escludendo il raddoppio dei termini disciplinato dall'articolo 12, comma 2-bis del medesimo Dl 78/2009, concernente l'applicazione della presunzione di evasione su investimenti e attività in Stati black list. L'esclusione è soggetta alla condizione che ricorrano congiuntamente tre condizioni: a) gli investimenti siano detenuti in uno Stato black list che stipuli entro 60 giorni dall'entrata in vigore della legge un accordo che consenta un effettivo scambio di informazioni con l'Italia; b) l'autore delle violazioni rilasci all'intermediario finanziario estero l'autorizzazione a trasmettere alle autorità finanziarie italiane che lo richiedano tutti i dati concernenti le attività oggetto di regolarizzazione; c) l'autore delle violazioni, qualora successivamente alla istanza di voluntary trasferisca le attività ad altro intermediario finanziario, rilasci, entro 30 giorni dal trasferimento, la medesima autorizzazione e la trasmetta all'Amministrazione finanziaria entro 60 giorni dal trasferimento.  Se da un lato è importante che a tali condizioni sia stato escluso il raddoppio dei termini per la presunzione di evasione di cui all'articolo 12 comma 2-bis, appare poco comprensibile che l'esclusione non riguardi anche il raddoppio dei termini previsto dal successivo comma 3-ter per la contestazione delle sanzioni relative al monitoraggio fiscale. Inoltre, appare singolare che la procedura di voluntary disclosure comporti da un lato la non punibilità per i reati dichiarativi (e la forte riduzione delle pene per i reati fraudolenti) e dall'altro lato consideri rilevanti tali reati ai fini del raddoppio dei termini; in secondo luogo tale soluzione andrebbe contro i principi contenuti nella delega fiscale secondo cui il raddoppio dei termini potrà avvenire soltanto in presenza di invio della denuncia entro il termine ordinario di decadenza: poiché l'adesione alla procedura non è ammessa se hanno già avuto inizio procedimenti penali tributari, secondo i principi della legge delega il raddoppio dei termini non potrebbe mai operare in presenza di una valida istanza di voluntary.  Il secondo tema sul quale la normativa potrebbe essere migliorata riguarda il "ravvedimento speciale". Tale nuovo istituto è stato introdotto per evitare discriminazioni tra evasori persone fisiche che hanno commesso violazioni della legge sul monitoraggio fiscale ed evasori (anche persone giuridiche residenti o non residenti) responsabili di altre violazioni fiscali. Il nuovo ravvedimento si presta a regolarizzare, ad esempio, oltre ad esterovestizioni e stabili organizzazioni occulte, la posizione di società che abbiano evaso mediante sottofatturazioni idonee a creare all'estero fondi neri nella disponibilità dei soci. In mancanza della nuova forma di ravvedimento la voluntary avrebbe, infatti, difficilmente interessato attività estere ricollegabili a imprese. Occorre tuttavia favorire l'utilizzo congiunto e coordinato delle due procedure sia riconoscendo il credito per le eventuali imposte estere sia evitando forme di doppia imposizione economica qualora i redditi conseguiti all'estero grazie alla sottofatturazione venissero tassati integralmente, sia in capo alla società italiana (con Ires) sia in capo al socio (con Irpef) detentore della provvista estera così formatasi. Ad esempio, tale risultato sarebbe realizzabile prevedendo che in casi simili i redditi esteri siano tassabili nell'ambito della voluntary come dividendi oppure disponendo la non imposizione in capo ai soci qualora i fondi esteri rientrassero nella società, patrimonializzandola, per effetto delle procedure in esame. Quest'ultima soluzione lascerebbe comunque ferme le violazioni del quadro RW dei soci attesa la disponibilità dei fondi "neri" societari (si vedano le Sentenza della Cassazione n. 9320 del 11 giugno 2003, n. 17051 e n. 17052 del 21 luglio 2010), da sanare con la voluntary.

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