La destra guiderà un Paese in crisi, ma potrà contare sullo spappolamento della sinistra

di Alberto De Bernardi (da Linkiesta.it https://www.linkiesta.it/2022/10/la-destra-guidera-un-paese-in-crisi-ma-potra-contare-sullo-spappolamento-della-sinistra/)

Il successo di Fratelli d’Italia segna un cambiamento radicale del profilo politico e ideologico del centrodestra. Il fronte opposto, invece, in pratica non si è presentato alle elezioni

Una destra minoritaria
Ora che i dati elettorali sono completi si possono già trarre alcune conclusioni a proposito degli scenari futuri della politica italiana. La prima riguarda la Destra vincitrice di questa tornata elettorale. Innanzitutto i risultati confermano che non si è verificato un consistente aumento dei consensi in direzione del centrodestra: nel 2018 aveva ottenuto 12,5 milioni di voti, più o meno identici a quelli ottenuti nel 2022.

Se scaviamo più a fondo nel tempo emerge che già nelle elezioni del 1994 la coalizione messa in piedi da Berlusconi, a nord con la Lega e a Sud con Alleanza Nazionale, aveva realizzato un consenso del 40% dell’elettorato, aumentato fino al 47% (oltre 17 mln di voti) nelle elezioni del 2008 per poi precipitare al 30% (ma sempre con circa 10 mln di voti) nelle elezioni del 2013, risalire al 37% nel 2018 e toccare il 43% nelle elezioni della scorsa settimana, ma a parità di numero di elettori. In trent’anni, dunque, la cifra magica del 40% è quella che meglio descrive il peso elettorale effettivo del centrodestra e sancisce anche questa volta che non è maggioranza del Paese.

Ma come è accaduto altre volte, il cdx ha saputo utilizzare meglio dei suoi avversari la componente maggioritaria di una legge elettorale che sta realizzando nel migliore dei modi le sue finalità orientate a favorire la governabilità, oltre che la rappresentanza, attribuendo una solida maggioranza a chi ha superato il 40% dei consensi: può dispiacere ai proporzionalisti ma il famigerato “rosatellum” sta garantendo un ordinato passaggio da un governo all’altro senza il caos post-elettorale che si verificò nel ’13 e nel ’18. Anche se non interamente, la legge elettorale non ha sottratto ai cittadini la facoltà di scegliersi il governo.

La fine del berlusconismo
Nulla di nuovo dunque sotto il sole? Dal punto di vista del consenso sicuramente no. La novità riguarda invece gli equilibri interni al centrodestra. Il successo di Fratelli d’Italia, cha ottenuto più voti delle altre due principali componenti messe insieme, segnala invece un cambiamento radicale del profilo politico e ideologico del cdx che è diventato destra a tutto tondo e destra radicale, sovranista e antieuropeista, più vicina a Orbàn e a Le Pen che al Partito Popolare Europeo dove siede Forza Italia, che per oltre vent’anni aveva espresso l’egemonia politica e ideale dell’intera area.

Il berlusconismo, cioè un populismo temperato, liberaleggiante, legato ai partiti cattolici moderati, saldamente collocato nello spazio europeo e occidentale, ha perso il suo ruolo di centro aggregatore della destra italiana, da un lato etno-populista con la Lega, e dall’altro postfascista, assistenzialista, sovranista, espressione della piccola borghesia parassitaria del pubblico impiego.

L’operazione fatta da Berlusconi con il messaggio dal predellino di piazza San Babila nel 2007, materializzatosi nel partito del Popolo delle Libertà, ha perduto ogni forza propulsiva ed è diventata marginale. Oggi Forza Italia non crolla solo perché sono ancora vivi i suoi ancoraggi clientelari nell’Italia meridionale – l’elezione a Trapani della Fascina, la fidanzata di Berlusconi né è la plastica conferma -, non dissimili da quelli dei Cinquestelle, ma non rappresenta più il partito della borghesia produttiva del Nord, capace di guidare il paese per un decennio.

Il declino era già apparso nel 2011, quando di fronte alla crisi del debito sovrano il Pdl aveva dovuto passare la mano a Monti. In un decennio la tendenza non si è invertita, ma si è solo aggravata.

Questa nuova destra si misurerà con la prova più difficile: guidare il Paese in una fase storica difficilissima sia sul fronte economico che geopolitico. Avrà dalla sua un indubbio vantaggio rappresentato dallo spappolamento del centrosinistra, che di fatto non si è presentato alle elezioni. Infatti si è diviso in due coalizioni distinte: quella di sinistra costruita dal Pd e quella riformista nata dall’incontro tra Azione e Italia viva.

La prima ha subito una sconfitta pesantissima, la seconda ha ottenuto un buon successo elettorale, che non ha però impedito alla destra di vincere, come era nelle sue aspettative.

La fine del Partito democratico?
Il Partito democratico ha perso 800.000 voti circa rispetto al 2018, il cui risultato elettorale era stato considerato il peggiore di sempre. Ma il risultato è molto peggiore se si pensa che nel 2018 Leu, ora confluita nel Pd, aveva preso autonomamente oltre un milione di voti, che si sono trasferiti per intero nel cartello della sinistra radicale.

Se si fa riferimento al risultato del Pd quando per la prima volta si presentò alle elezioni nel 2008 – 12 milioni di voti circa e il 33% – non si può non constatare che ogni appuntamento elettorale ha significato una consistente erosione di quell’iniziale bacino elettorale – 8,5 mln nel 2013 (con il 25%), 6 nel 2018 ( con il 18,7) e poco più di 5 (con il 19%) oggi -. Il Partito democratico ha dunque sempre perso le elezioni e insieme con lui anche la sinistra massimalista che non è riuscita mai ad andare oltre quel 4% che sempre l’Italia dei valori, il partito di Di Pietro, ha ottenuto nel 2008.

Anche in questo caso niente di nuovo dunque, se non il fatto che in quest’ultima tornata elettorale il Pd per la prima volta non si sia presentato con una coalizione intenzionata a competere per il governo del Paese; si è presentato già come la principale forza di minoranza destinata all’opposizione, incapace di aggregare intorno a sé sia il riformismo centrista della lista Calenda – per il dominante rancore antirenziano – sia il populismo di sinistra del partito di Conte.

Si è trovato isolato politicamente senza riuscire a svolgere nessun ruolo egemone rispetto quel “campo largo” che si era ripromesso di formare, con il risultato di rafforzare il peronismo plebeista di Conte, chiuso nella sua ridotta delle periferie urbane delle grandi città meridionali, e di determinare una frattura probabilmente irrecuperabile con il riformismo liberal democratico che rappresentava l’orizzonte ideale del Pd all’atto della sua fondazione e che lo collocava al centro dello spazio politico.

In un sol colpo il Partito democratico ha perso definitivamente la sua identità di partito di csx che le correnti di sinistra avevano già cominciato a erodere durante la segreteria Veltroni e poi esplicitamente avevano bombardato durate la segreteria Renzi opponendosi non solo alle scelte dei governi Renzi e Gentiloni, ma contribuendo ad affossare il referendum costituzionale; senza però acquisire pienamente quella di partito demopopulista per la scelta di non allearsi con il partito di Conte (lo chiamo cosi perché è una forza politica assai diversa dal M5s). Mentre ha predicato tutta la campagna elettorale “o di qua o di là” non ha saputo scegliere tra Macron e Mélenchon sperando che esistesse uno spazio mediano che in realtà si va progressivamente erodendo.

Rinnegando la sua natura di partito centrista a vocazione maggioritaria, il Pd non poteva che diventare un partito minoritario di sinistra animato dalla sola prospettiva di “unire la sinistra” e inglobando al suo interno anche il populismo grillino, che come ogni populismo contemplava anche una vocazione popolare rivolta a proteggere attraverso politiche assistenzialiste la ampia area del disagio sociale e delle povertà.

Il dialogo con il Movimento 5 Stelle affondava le sue radici nella convinzione – che queste elezioni hanno dimostrato del tutto infondata – che tra i suoi elettori ci fosse quel popolo che l’egemonia riformista di Renzi gli aveva fatto perdere e che da questo incontro potesse emergere una nuova forza di sinistra nella quale confluivano frammenti della vecchia identità della sinistra post-comunista, ma anche post-democristiana di ascendenza dossettiana: l’anticapitalismo, l’assistenzialismo scambiato per redistribuzione, lo statalismo, il neutralismo antiamericano e soprattutto la mai sopita convinzione che ci sia un “oltre” rispetto all’economia di mercato e alla democrazia liberale.

Il partito demopopulista
Il Pd ha passato tutta la scorsa legislatura a mettere a punto anche sul piano teorico l’incontro tra quel che restava della tradizione comunista e cattocomunista che aveva trovato l’ultimo domicilio conosciuto nel Ds e il populismo grillino, elaborando una concezione ideologica demopopulista i cui punti di forza erano la separazione tra sviluppo delle forze produttive e redistribuzione delle risorse e la trasformazione dello stato sociale in stato assistenziale, distributore di sussidi e non di opportunità – separando cioè i meriti dai bisogni la cui integrazione rappresenta il lascito ancor vico della socialdemocrazia – e l’assunzione di un ambientalismo radicale che rifiutava di confrontarsi con i vincoli della transizione ecologica.

Ma la caduta del governo Conte II e l’avvento di Draghi hanno alterato profondamente le condizioni politiche nelle quali il demopopulismo delle componenti di sinistra del Pd potesse completare il suo itinerario volto a creare un partito nuovo, che con il Pd del Lingotto non aveva più nulla a che fare: per oltre un anno il Pd è rimasto in mezzo al guado tra il progetto di Bettini, Provenzano, Orlando e D’Alema, e il tentativo di recuperare la sua natura di partito riformista diventando il “partito per Draghi”.

Letta non ha avuto la forza, né la capacità politica di sciogliere questo nodo che da politico diventava irrimediabilmente identitario: ha solo rallentato la marcia verso il partito unico demopopulista, impedendo che esso si presentasse alle elezioni, senza ricollocarlo all’interno delle origini e delle ragioni storiche del Pd. Anche perché i riformisti rimasti nel partito si sono ben guardati dal sostenerlo in questa battaglia, né tanto meno di farla autonomamente. Ma il balletto con Calenda ha messo in luce che la prospettiva politica di fare uscire il Pd dall’abbraccio mortale con il populismo non esiste, perché nessuno al suo interno la persegue effettivamente.

Essere passati nel giro di un mese dal partito dell’agenda Draghi, che rompe con il populismo per riaffermare sua collocazione riformista, al partito che rinnega il Jobs Act e il blairismo in nome del Rdc e del “contismo”, mette in evidenza che il Pd non possiede nessun altra strategia che quella dell’incontro/fusione con i 5 Stelle. Anche se questa scelta apre una frattura sempre più ampia con il liberalismo di sinistra che si raccoglieva in diverse formazioni politiche, più casematte in attesa di tempi migliori che partiti nel vero senso della parola, e che invece di sparire si sono presentate alle elezioni unite e con un progetto solido e visibile, raccogliendo un consenso insperato.

L’incertezza e l’ambiguità hanno prodotto il collasso elettorale. Ma Il fallimento del gruppo dirigente del Pd ha prodotto altre conseguenze che rendono persino più difficile costruire il partito demopopulista di Bersani e Bettini.

Infatti ha prodotto il duplice miracolo di salvare il M5s dalla scomparsa e di creare al suo esterno un’area rifomista che di fatto fa proprie le ragioni che avevano determinato nel 2008 la nascita del partito.

Da un lato il Pd ha fuori di sé una forza politica che si è impossessata delle sue origini e di parte della sua identità, dotata di una capacità attrattiva notevole presso quell’elettorato che aveva salutato con entusiasmo l’operazione veltroniana; dall’altro il Partito di Conte non ha più nulla del radicalismo antipolitico e del messianismo futurista dei padri fondatori: è diventato la reincarnazione del qualunquismo di Giannini e di Lauro che con il miraggio dei sussidi assoggetta le plebi diseredate del Mezzogiorno, ma che dovrebbe sempre più ricordare agli immemori che il populismo si distingue dalla sinistra socialdemocratica proprio perché separa il sostegno alla povertà da un progetto di emancipazione sociale che solo il lavoro è in grado di garantire, generando subalternità invece che crescita e libertà. Fare il partito unico della sinistra con gli eredi del borbonismo laurino significa di fatto abbandonare qualunque collocazione di sinistra e accettare di collocare quel che resta del Pd in uno spazio politico e ideale confuso e indistinto che sarebbe privo di qualunque ancoraggio europeo.

In questa ottica la proposta estrema di sciogliere il Partito democratico fatta al suo interno ma anche da intellettuali di estrema sinistra al suo esterno ha qualche fondamento: per abbracciare Conte e farne di fatto il leader del partito demopopulista una fetta consistente del suo gruppo dirigente sarebbe un ostacolo e quel nome e quell’involucro politico una inutile zavorra.

Ma in assenza di una proposta alternativa che abbia la forza di una “rottamazione bis” come quella di Renzi nel 2013 per salvare il Pd e le sue ragioni, la deriva sembra ormai irreversibile, anche se molto incerta e poco chiara: sfasciare la “fusione fredda” dei riformisti del 2008, per edificare a distanza di cinquant’anni una specie di Psiup, capeggiato da Boccia e dalla Taverna, è più facile a dirsi che a farsi. Sebbene al peggio non ci sia mai fine come recita un vecchio adagio, qualche ostacolo lo può trovare.

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